(Adnkronos) – Provate a resistere nelle prime file, se ci riuscite. La polvere si alza a ogni spintone, i circle pit si aprono e si richiudono senza tregua. Il sudore si mescola alla terra dell’Ippodromo Snai La Maura e tenere gli occhi aperti è un’impresa non da poco. Ma è esattamente questo il punto. Un concerto dei System Of A Down non è fatto per essere osservato da lontano: ti risucchia nel suo caos e ti rende parte dello spettacolo. Meglio se a pochi metri dal palco. Il ritorno della band di Serj Tankian, Daron Malakian e soci agli I-Days di Milano, a nove anni di distanza dall’ultima apparizione nel nostro Paese, per l’unica data italiana del tour europeo, è una prova di resistenza lunga due ore e un viaggio che attraversa un repertorio che ormai fa parte della storia del rock alternativo.
Lo show è sold out: un pubblico di 78.500 persone, di cui il 40% provenienti dall’estero. Ad accompagnare la band losangelina di origini armene ci sono due nomi che da soli giustificano il prezzo del biglietto. I Queens Of The Stone Age, guidati da Joshua Homme – una macchina da live impeccabile, con classici come ‘No One Knows’, ‘Little Sister’, ‘My God Is the Sun’ e chicche dall’album ‘Era Vulgaris’. E, in apertura, gli Acid Bath, che fanno della loro reunion – una delle più discusse del 2025 – un ritorno interessante, seppur con un set troppo ridotto. I System Of A Down salgono sul palco poco dopo le 21. “Ciao Milano, da Los Angeles e dall’Armenia siamo i System Of A Down e questo è il rock ‘n’ roll alla nostra maniera”, saluta subito la formazione, ricevendo un’ovazione.
L’intro con ‘Soldier Side’ fa da preludio a ‘B.Y.O.B.’. dall’album del 2005 ‘Mezmerize’. Il pezzo ideale per far esplodere l’ippodromo. Volano cellulari in aria, qualcuno perde le scarpe e in tanti sono armati di bandana sulla bocca per riuscire a respirare nel polverone che si solleva. Sul palco i dettagli non sono lasciati al caso. John Dolmayan siede dietro la batteria indossando una t-shirt dedicata a Papa Giovanni Paolo II mentre alle loro spalle scorrono visual distopici che amplificano il senso di alienazione e denuncia dei brani. Al centro della scena c’è Daron Malakian. Con un borsalino calato in testa, lunga chioma nera sulle spalle e un carisma incredibile, è la figura più magnetica e intrigante della serata: il vero mattatore, capace di dirigere questa sgangherata orchestra di geniali pazzi tra riff, urla e cambi di atmosfera improvvisi.
Il concerto procede con un ritmo serratissimo, quasi senza pause, pescando da tutta la loro discografia, con una scaletta monumentale che rende giustizia ai quasi trent’anni di carriera della band. Da ‘Prison Song’ a ‘Suite-Pee’, passando per ‘Deer Dance’, ‘Needles’, ‘Radio/Video’, ‘Hypnotize’, ‘Forest’ e ‘Psycho’, alle ballad ‘Lonely Day’, ‘ATWA’ e ‘Lost in Hollywood’, fino alla coda dello spettacolo, affidata alla devastante tripletta ‘Chop Suey!’, ‘Toxicity’ e ‘Sugar’. È un flusso continuo di cambi di tempo, riff spezzati, melodie improvvisamente liriche e ripartenze violentissime: ancora oggi il marchio di fabbrica della band. La componente politica resta centrale. Daron prende la parola e dedica ‘Tentative’, un brano che racconta la guerra dal punto di vista dei civili intrappolati sotto i bombardamenti, “ai bambini di Gaza, a tutti i manifestanti e a tutte le persone in Libano”, per poi urlare un durissimo: “Shame on Netanyahu” prima che la band riparta con ‘Spiders’.
Poco prima di ‘War?’ arriva un altro messaggio diretto al pubblico: “Vi controllano, vi rimpiazzano, vogliono uccidervi. Non lasciate che vi uccidano. Combattete”. Frasi che si intrecciano perfettamente con una produzione che da sempre alterna satira, denuncia e critica ai sistemi di potere. Sul palco si percepiscono tutte le contraddizioni che hanno accompagnato il gruppo negli ultimi anni. I rapporti interni sono stati spesso raccontati come complicati, segnati da visioni differenti e da un equilibrio mai davvero stabile. Eppure, Serj Tankian, Daron Malakian, Shavo Odadjian e John Dolmayan appaiono affiatati come non mai. Non è un caso che proprio Serj Tankian, nella sua autobiografia ‘Down With The System’ del 2024, appena tradotta in italiano da Il Castello, racconti come anche il nome della band sia nato da un compromesso.
“Quando venne il momento di scegliere il nome del gruppo – scrive Tankian – Daron propose una sua poesia intitolata Victims of a Down. Tuttavia, inserire la parola ‘victims’ nel nome della band creava disagio perché aveva una connotazione negativa, quindi fu sostituita con ‘System’, e diventammo quindi i System Of A Down. Quel nome ha un significato figurato che si percepisce semplicemente leggendo o ascoltando le parole. Ed è diventato un meraviglioso contenitore vuoto pronto a essere riempito con il significato che gli abbiamo dato: una fratellanza, una collaborazione, una band, un’azienda, un’armonia che ci porta ai confini del mondo per sperimentare, così come l’universo lo fa attraverso noi”. In poche parole, l’essenza del gruppo.
Sperimentali? A dir poco. Basta ascoltare la loro musica. Nel libro Tankian parla di “un filo di umorismo, una vena di assurdità dadaista” che attravera quasi tutta la produzione dei System. “Che si tratti di testi buffi, strani accostamenti o semplicemente dello spirito folle delle nostre esibizioni, eravamo consapevoli che portare questo tipo di leggerezza avrebbe reso l’oscurità delle canzoni più accettabile e potente”. Ed è esattamente ciò che accade dal vivo. Nel giro di pochi minuti si passa dalla denuncia politica all’assurdo, dalla rabbia all’ironia, dalla riflessione alla totale perdita di controllo nel pit. Metal, hardcore, melodie armene, satira e sperimentazione si intrecciano sul palco.
Una miscela esplosiva, che continua a funzionare con la stessa efficacia dei primi anni Duemila. E che, a quasi trent’anni dagli esordi, resta il vero marchio di fabbrica dei System Of A Down. Il bis non serve. ‘Sugar’ chiude una serata che riconsegna al pubblico italiano una band che nel tempo è forse rimasta fedele soltanto a sé stessa. Dopo nove anni di assenza, la dimostrazione vivente che il tempo può fermare i tour ma non degli animali da palcoscenico come loro. (di Federica Mochi)
—
spettacoli
webinfo@adnkronos.com (Web Info)


