Culle vuote e assenza di medici: muore una neonata perché “non c’è il dottore”

È morta una neonata a Jeonju, nei pressi di Seul, perché non c’era un medico specializzato pronto a salvarla. Questa tragedia si è verificata lo scorso 4 luglio 2026, quando una bambina di 3,47 kg, colpita da un’improvvisa crisi respiratoria subito dopo la nascita, è morta dopo un’odissea tra tre diversi ospedali alla ricerca di un posto in terapia intensiva. Il caso rappresenta una fotografia drammatica della situazione di uno dei Paesi con un tasso di natalità tra i più bassi al mondo e, purtroppo, i dati più recenti indicano che in Italia lo scenario assistenziale e demografico sta seguendo una deriva non molto differente.

Corea del Sud: il collasso delle terapie intensive neonatali

La vicenda della neonata di Jeonju ha messo a nudo un sistema sanitario al limite. Come raccontano i media locali, dopo essersi resa conto delle condizioni di salute della piccola, la clinica dove è avvenuto il parto ha cercato immediatamente un posto in una Terapia Intensiva Neonatale. Il luogo più vicino era l’ospedale universitario di Chonbuk, il quale, però, non ha potuto accoglierla perché l’unico specialista disponibile si era appena dimesso dopo anni di turni massacranti da 90-100 ore settimanali. Una seconda struttura ha rifiutato il ricovero per mancanza di letti e la piccola è morta durante il trasporto verso un terzo ospedale, distante 30 minuti.

Il settore della neonatologia coreana è in uno stato definito dai medici “catastrofico”: attualmente l’intero Paese conta solo 77 unità di terapia intensiva neonatale gestite da appena 240 specialisti. Il numero di giovani medici che scelgono questa specializzazione è crollato del 94% a causa di carichi di lavoro inumani, paghe inadeguate e un elevato rischio di contenziosi legali. Il paradosso? Che il governo investe miliardi per incoraggiare le nascite, ma l’infrastruttura medica per proteggere i nuovi nati sta scomparendo.

La denatalità italiana

Anche l’Italia sta attraversando una denatalità senza precedenti. Secondo il report dell’Istat sugli indicatori demografici pubblicato a marzo 2026, le nascite nel 2025 sono scese a quota 355.000, segnando un calo del 3,9% rispetto all’anno precedente e un crollo di 50.000 nati rispetto al 2019. Al contrario, i decessi restano elevati (652.000), portando a un saldo naturale ampiamente negativo di circa 296.000 unità.

Il numero medio di figli per donna è scivolato a 1,14, con punte minime in Sardegna (0,85), mentre l’età media al parto è salita a 32,7 anni. Al 1° gennaio 2026, l’Italia si conferma il Paese più vecchio dell’Unione europea, con un’età media dei residenti di 47,1 anni.

Sicurezza nei reparti: il rischio dei piccoli punti nascita

In questo contesto, la rete ospedaliera italiana mostra fragilità strutturali che richiamano l’allarme coreano. Il Rapporto Programma Nazionale Esiti 2025 dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali e la Società italiana di Ginecologia e Ostetrici sottolineano l’urgenza di chiudere i punti nascita con meno di 500 parti l’anno (e razionalizzare quelli sotto i 1.000), poiché le strutture troppo piccole non garantiscono l’esperienza clinica necessaria per gestire urgenze improvvise. Nel 2024, solo il 61% dei parti in Italia è avvenuto in centri ad alto volume, superiore cioè ai 1.000 parti l’anno. E i dati sulla mortalità evidenziano divari geografici ancora netti:

  • Mortalità materna: la media nazionale è di 8,3 decessi ogni 100.000 nati vivi, ma nel Mezzogiorno sale a 10,5, contro i 7,7 del Nord.
  • Mortalità perinatale: il tasso resta fermo a circa 4 per 1.000 nati, ma risulta sensibilmente maggiore nelle strutture a basso volume e nelle regioni del Sud.

Asili nido: la sfida del Pnrr e le liste d’attesa

Il supporto alle famiglie è minato anche dalla carenza di servizi per l’infanzia. Il Report Infanzia 2023/2024 (Istat e Università Ca’ Foscari) evidenzia che quasi il 70% (68,9%) dei nidi pubblici ha registrato bambini in lista d’attesa. La copertura media dei posti è del 30%, ancora lontana dall’obiettivo Lep (Livelli essenziali delle prestazioni) del 33% previsto per il 2027 e dai nuovi target europei del 45% per il 2030.

L’Italia punta tutto sul Pnrr, che prevede di creare 150.480 nuovi posti per la fascia 0-2 anni entro l’estate 2026. Tuttavia, emerge un nuovo allarme: la carenza di personale. Il 44,9% dei servizi dichiara forti difficoltà nel reperire educatori qualificati, una sfida professionale che rischia di rendere le nuove strutture delle “scatole vuote” proprio come sta accadendo in Corea del Sud.

Welfare

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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