Un farmaco contro il diabete potrebbe rallentare l’invecchiamento: cosa è emerso dagli studi sulla semaglutide

Un farmaco per il diabete potrebbe rallentare l’invecchiamento. È questo il risultato a cui sono giunti i ricercatori della University of California, Berkeley, usando la semaglutide su topi di venti mesi, ovvero vicini alla fine del ciclo vitale. La maggiore longevità registrata dopo il trattamento è il beneficio rilevante, ma non l’unico: gli animali campione hanno evidenziato anche una migliore coordinazione, maggiore resistenza muscolare, più attività esplorativa, una memoria spaziale più efficiente e un migliore controllo del glucosio.

L’esperimento, pubblicato su Nature il 2 settembre, ha coinvolto femmine del tipo C57BL/6 già anziane. Nel gruppo, osservato fino alla morte, 40 topi hanno ricevuto il farmaco e 39 una soluzione di controllo per confrontare gli effetti della semaglutide: la sopravvivenza mediana è salita da 742 a 834 giorni, dunque 92 giorni in più, circa +12,4% di longevità.

Secondo i ricercatori, l’allungamento della vita potrebbe essere collegato a una minore assunzione di calorie, registrata nei topi trattati con il farmaco.

Meno calorie, più anni di vita?

Lo studio ha rilevato che i topi trattati mangiavano il 24% in meno del gruppo campione: come è noto da tempo, la restrizione calorica è una delle strategie più solide per rallentare l’invecchiamento in numerosi modelli animali. Sebbene il passaggio dai modelli animali all’uomo richieda cautela, i dati derivanti dai trial clinici depongono a favore di un impatto positivo sul ritmo di invecchiamento cellulare e sistemico anche della nostra specie.

Per tenere distinti gli effetti provocati direttamente dal farmaco, da quelli provocati dalla diminuzione d’appetito (che a sua volta pare collegata al trattamento), gli autori hanno sottoposto altri topi a una dieta ridotta esattamente nella stessa misura.

Cosa è emerso dal test

A parità di apporto calorico, il farmaco per controllare la glicemia ha prodotto miglioramenti nella memoria spaziale, nell’esplorazione dell’ambiente e nella tolleranza al glucosio.

Il ritmo metabolico è diminuito con la sola restrizione calorica, mentre è rimasto per lo più stabile con il farmaco. In pratica, anche se entrambi i gruppi mangiavano la stessa identica quantità ridotta di cibo, i topi con la semaglutide stavano decisamente meglio (memoria migliore, metabolismo più attivo) rispetto a quelli che facevano la semplice dieta.

Alla luce di questi risultati, per i ricercatori, l’ormone GLP-1 (ai recettori del quale si lega la semaglutide) sembra replicare alcuni benefici della dieta ridotta e, insieme, aggiungere qualcosa di proprio, che ancora non è stato individuato.

Lo studio ha individuato risultati interessanti anche fra i cosiddetti “hallmarks of ageing”, le caratteristiche biologiche fondamentali dell’invecchiamento:

  • nel midollo osseo sono diminuiti i segni di deterioramento delle cellule staminali ematopoietiche (che contribuiscono al processo di formazione e sviluppo delle cellule del sangue);
  • nell’ippocampo sono aumentati marcatori compatibili con la neurogenesi (ovvero la formazione dei neuroni);
  • nel fegato e nel muscolo si sono attenuati segnali di infiammazione e senescenza cellulare (lo stato in cui le cellule smettono in modo stabile di replicarsi e dividersi).

Sono stati riscontrati anche: migliore funzione mitocondriale, maggiore stabilità genomica, proteostasi più favorevole (è il sistema con cui le cellule regolano la creazione, il corretto ripiegamento e l’eliminazione delle proteine per preservare la salute dell’organismo).

Il trattamento con semaglutide ha ridotto l’infiammazione associata all’invecchiamento, come evidenziato dall’aumento dei livelli delle citochine infiammatorie e dall’infiltrazione tissutale dei macrofagi. Significa, in parole semplici, che il farmaco ha impedito alle cellule che causano l’infiammazione cronica di “infiltrarsi” e danneggiare gli organi, proteggendoli dall’invecchiamento.

Cosa significa per la longevità umana

In pratica, il trattamento ha modificato contemporaneamente più circuiti che tendono a peggiorare con l’età e che, in maniera sinergica, contribuiscono a determinare la salute e la longevità dell’organismo. Per questo, lo studio potrebbe aver inaugurato una stagione in cui l’ormone GLP-1 non rileva più soltanto per il profilo metabolico ma anche per i meccanismi dell’invecchiamento.

Quanto emerso non dimostra che la semaglutide allunga la vita dell’essere umano. Lo studio riguarda un solo ceppo di topi, esclusivamente femmine con trattamento costante fino alla morte. La popolazione umana è molto più eterogenea, geneticamente e biologicamente. Esperti indipendenti considerano rigoroso il lavoro svolto dai ricercatori della University of California, ma invitano alla prudenza.

Dopo la ricerca, il farmaco è stato utilizzo in un’analisi post hoc di un trial randomizzato su 84 adulti con Hiv e lipoipertrofia associata all’Hiv, riducendo l’invecchiamento epigenetico nell’arco di 32 settimane. Questo, tuttavia, non era tuttavia uno studio sulla longevità e non dimostra un rapporto diretto di causa-effetto tra somministrazione del farmaco e durata della vita umana. Se non si può parlare di una correlazione certa, si può però affermare che la semaglutide è diventato uno dei candidati più seri per esaminare se alcuni meccanismi biologici dell’invecchiamento possano essere modulati farmacologicamente.

Popolazione

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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