È incinta, ma le fissano l’ecografia dopo il parto: “Quello di Salerno non è un caso unico”

Chiamare il Centro unico di prenotazione al sesto mese di gravidanza per fissare un’ecografia morfologica e sentirsi assegnare una data per gennaio, quando il bambino sarà già venuto alla luce. La vicenda accaduta a Salerno, dove una docente di 33 anni alla prima gestazione si è vista programmare un esame diagnostico essenziale a gravidanza ormai conclusa, non è un caso isolato.

È la fotografia nitida del collasso delle liste d’attesa nel Servizio sanitario nazionale, che si scarica direttamente sulle scelte riproduttive delle famiglie in un Paese segnato dal minimo storico delle nascite. L’ultima testimonianza arriva dai dati della Fondazione Gimbe, elaborati sul database Oecd Health Statistics: nel 2025 l’Italia si colloca al 15° posto su 27 Paesi europei dell’area Ocse per spesa sanitaria pubblica pro-capite e all’ultimo posto tra i Paesi membri del G7.

L’importanza dell’ecografia morfologica del secondo trimestre

I fatti di Salerno sono stati denunciati dall’Associazione Italia a cui la gestante si è rivolta per ottenere tutela. Sul punto rileva che l’ecografia morfologica del secondo trimestre non è un controllo differibile: secondo le linee guida del ministero della Salute deve essere effettuata tassativamente tra la diciannovesima e la ventunesima settimana di gestazione. In quella specifica finestra biologica il feto presenta dimensioni e sviluppo degli organi ottimali per consentire allo specialista di individuare eventuali malformazioni congenite.

Fissare l’esame a gennaio 2027, a fronte di una gestazione giunta al sesto mese sul finire dell’estate, vanifica l’intero significato preventivo dell’atto medico. Come rilevato dai referenti dell’associazione di tutela, il sistema di prenotazione dell’Asl di Salerno ha generato un appuntamento privo di aderenza clinica, trattando una prestazione ostetrica tempo-dipendente alla stregua di una visita ordinaria non urgente. Per non perdere la possibilità di monitorare lo stato di salute del nascituro, la trentatreenne è stata costretta a rivolgersi alla diagnostica privata a pagamento.

Francesco Marino, rappresentante dell’Associazione Italia, spiega: “Probabilmente ci sarà stato un errore da parte del Centro prenotazioni, avranno fissato l’appuntamento per la signora senza considerare il suo stato di donna gravida. Al momento lei si è vista costretta a ricorrere a visite private. Chiederà, tramite la nostra associazione, che le vengano rimborsati i soldi che dovrà spendere potendo usufruire delle prestazioni che la Asl dovrebbe garantire”.

Il caso di Salerno non è un unicum: “Ci arrivano spesso casi simili a questo da tutta Italia. Qualche giorno fa, ad esempio, la Asl di Roma aveva fissato una visita oculistica a un paziente di 94 anni dopo nove mesi. Tempi lunghissimi considerata l’età del soggetto”, spiega Marino.

Il diritto negato nei livelli essenziali di assistenza

La morfologica rientra formalmente nei Livelli essenziali di assistenza ed è garantita a titolo completamente gratuito dal Servizio sanitario nazionale tramite apposito codice di esenzione per la gravidanza. Il principio di tutela universale si scontra però contro la realtà, ovvero con la saturazione delle agende pubbliche.

Quando gli sportelli territoriali non hanno slot disponibili entro i termini previsti dalla prescrizione medica, la normativa nazionale stabilirebbe percorsi alternativi precisi: l’azienda sanitaria dovrebbe garantire l’accertamento in attività libero-professionale intra moenia o presso centri accreditati senza costi aggiuntivi per l’assistito.

Tuttavia, nella realtà operativa degli ospedali e dei distretti, questa procedura rimane perlopiù inapplicata o sconosciuta agli utenti. Chi ha la possibilità economica anticipa di tasca propria il costo dell’esame presso studi privati; chi non dispone di risorse sufficienti si ritrova escluso dai controlli raccomandati. La maternità si trasforma così in una spesa privata fin dai primi mesi di gestazione, annichilendo nella pratica le misure di sostegno alla natalità messe nero su bianco.

I numeri della rinuncia e la spesa delle famiglie

Il caso campano si inserisce in un quadro epidemiologico e sociale documentato con precisione dagli indicatori statistici ufficiali. Le rilevazioni dell’Istat evidenziano che nel nostro Paese circa 5,8 milioni di cittadini, pari al 9,9% dell’intera popolazione residente, hanno dichiarato di aver rinunciato nell’ultimo anno a visite specialistiche o accertamenti diagnostici di cui avevano reale necessità. La prima motivazione di questa rinuncia di massa non è economica, ma organizzativa: il 6,8% degli italiani indica come ostacolo insormontabile proprio l’eccessiva lunghezza dei tempi di attesa.

I dati della Fondazione Gimbe confermano lo squilibrio strutturale del sistema: la spesa sanitaria privata sostenuta direttamente dalle famiglie ha superato i 41 miliardi di euro all’anno. Questa dinamica colpisce soprattutto il Mezzogiorno. Anche in questo caso, i numeri e le conferme non mancano. Il Report Svimez “Un Paese, due emigrazioni”, presentato il 17 febbraio 2026 in collaborazione con Save the Children, testimonia che tra il 2002 e il 2024 gli over 75 formalmente residenti al Sud ma che vivono stabilmente al Centro-Nord sono quasi raddoppiati, passando da 96mila a oltre 184mila. Dopo il ricongiungimento familiare con i figli, la seconda causa di questa nuova migrazione interna è proprio l’accesso alla prestazioni sanitarie, che al Settentrione funzionano meglio rispetto al Sud Italia.

Per approfondire: Anche gli anziani abbandonano il Sud: la migrazione tra sanità in crisi e figli da aiutare

Nelle regioni meridionali, già penalizzate dalla carenza di personale ospedaliero e da una rete consultoriale depauperata, l’accesso tempestivo alle prestazioni pubbliche è diventato un percorso a ostacoli che erode il bilancio domestico e accresce le disuguaglianze territoriali.

La demografia stretta tra retorica e disservizi

In un contesto nazionale in cui il tasso di fecondità è scivolato a 1,18 figli per donna e le culle vuote rappresentano la principale emergenza strutturale per la tenuta del welfare, la difficoltà di accedere a un’ecografia gratuita assume una profonda valenza politica e sociale. Le coppie che scelgono di avere figli si trovano a fronteggiare una solitudine materiale immediata, dove persino i controlli sanitari salvavita vengono delegati al mercato.

Le associazioni di categoria sottolineano che risolvere la crisi demografica non richiede soltanto incentivi economici o assegni una tantum, ma la garanzia di servizi pubblici territoriali affidabili ed efficienti. Il rischio è che la salute riproduttiva cessi di essere un diritto universale ma diventi un privilegio subordinata al reddito.

Popolazione

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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