“Caro papà, mi hai rovinato la vita”: la violenza da bambine e la cicatrice nella vita adulta

Il furto di un’intimità rubata ancora prima di scoprirla può avere il volto amico di un familiare, a volte quello del proprio papà. E quei passi nel corridoio, presagio della violenza che si sta per subire, fanno sperare che questa volta si tratti solo di un rimprovero, una voce urlata contro il proprio volto, al massimo di uno schiaffo. Ma quando supera il limite, non c’è punto di ritorno: “Caro papà, così mi hai rovinato la vita”.

Quella che può sembrare solo una frase mista di rancore e odio è la sintesi della fotografia dei recenti dati Istat relativi alla violenza subita dalle donne in Italia. Sono circa 3 milioni le cittadine italiane vittime di abusi prima di compiere 16 anni: parliamo di forme di violenza fisica e sessuale che toccano da vicino il 15,3% delle cittadine italiane e il 14,9% della popolazione femminile complessiva residente in Italia, a cui si sommano i traumi della violenza psicologica e assistita. Tra le bambine e ragazze che hanno subito violenza fisica, il padre o il patrigno risulta l’autore nel 27,3% dei casi tra le italiane e nel 36,6% tra le straniere.

Le forme dell’abuso: dalla violenza fisica a quella sessuale

Gli abusi infantili si articolano in una pluralità di condotte che feriscono il corpo e la dignità nel momento di massima vulnerabilità. La violenza sessuale, riporta l’Istat, ha colpito l’8,2% delle cittadine italiane e il 3,4% delle straniere prima dei 16 anni. L’indagine rileva un’ampia gradazione di gravità: dagli episodi in cui la donna è stata toccata nelle parti intime (genitali o seno) contro la propria volontà (subiti dal 7,2% delle italiane), alla costrizione a toccare le parti intime dell’autore (2,1% delle italiane), fino alle forme più estreme dello stupro o rapporto sessuale forzato (0,8%). A queste si aggiungono le forme di coercizione visiva e digitale, come l’essere costrette a posare nude oppure a scattare e inviare foto o video intimi tramite webcam e Internet (0,3% delle italiane, dato che sale allo 0,5% tra le giovanissime dai 16 ai 24 anni).

La violenza fisica riguarda il 9,2% delle italiane e il 9,6% delle straniere. Comprende sia spinte, strattonamenti e schiaffi (8,1% delle italiane), sia violenze più gravi, come l’essere colpite violentemente, prese a calci, percosse con oggetti come bastoni o cinture, bruciate o ferite con un’arma (3,1% delle italiane).

Quando il nido è un incubo: violenza psicologica e assistita

I numeri dell’Istat dimostrano inoltre che il luogo che dovrebbe garantire protezione si trasforma spesso nel teatro del primo trauma. Per troppe bambine la casa non è un posto sicuro: tra le italiane che riferiscono violenze fisiche nell’infanzia, il padre o patrigno è indicato come autore nel 27,3% dei casi. Di fronte alle percosse fisiche più gravi, la responsabilità paterna sale al 39,8%, affiancata da quella della madre nel 28% dei casi. A questo quadro si sommano:

  • La violenza psicologica: vissuta sotto forma di umiliazioni, denigrazioni e svalutazioni continuative dai genitori dal 4,3% delle italiane e dal 4,6% delle straniere.
  • La violenza assistita: il 10,4% delle donne ha assistito da piccola a violenze fisiche o verbali tra i genitori o verso i propri fratelli. Crescere in una casa in cui il padre usa la forza fisica contro la madre fa impennare la probabilità che la bambina subisca abusi diretti dai genitori dal 2,9% al 34,6% tra le italiane.

L’eredità della violenza e il muro del silenzio

Il trauma vissuto da piccole non svanisce con la crescita, ma lascia un’impronta che condiziona l’intera vita adulta, alimentando un processo di trasmissione intergenerazionale della violenza. La quota di donne che subisce violenze fisiche o sessuali da adulte (31,9% per le italiane, 27,4% per le straniere) quasi raddoppia se si sono subiti abusi prima dei 16 anni, raggiungendo il 57,2% tra le italiane e il 56,8% tra le straniere.

Il rischio da adulte schizza al 68,2% per le italiane che hanno subito violenze fisiche dal padre e al 64,4% se commesse dalla madre (toccando il picco dell’88,1% per le straniere con madre violenta). Anche la storia del compagno incide drasticamente: se il partner attuale ha subito violenze fisiche durante l’infanzia dai propri genitori, il rischio che eserciti violenza sulla compagna passa dal 2,8% medio al 16% (se il padre era violento) e al 18,6% (se la madre era violenta).

Di fronte a questa catena di sofferenza, la reazione prevalente resta il silenzio: oltre il 58% delle vittime (58,4% tra le italiane) dichiara di non aver parlato con nessuno delle violenze sessuali subite prima dei 16 anni, mentre il ricorso alle forze dell’ordine (0,2%) o ai servizi di supporto sanitari e sociali (0,1%) è stato al momento dei fatti quasi inesistente. Riconoscere l’impatto precoce di ogni singola forma di abuso è l’unico punto di partenza per spezzare questo filo invisibile.

Cosa fare?

Come ci ha spiegato Luca Dinatale, giudice onorario del Tribunale per i Minorenni di Milano e psicoterapeuta dell’età evolutiva, “in infanzia costruiamo i primi modelli di quello che possiamo aspettarci dalle relazioni, i cosiddetti modelli operativi interni”. In altre parole, impariamo cosa significa essere amati, quanto possiamo fidarci dell’altro, quali confini possiamo porre. “Ma – ha aggiunto Dinatale – se all’interno di una relazione primaria finisco per convivere affetto, paura e violenza, questa esperienza può influenzare come verranno vissute le relazioni successive”. Per chi ha subito violenza in età infantile, spiega lo psicoterapeuta, “da adulti può essere più difficile riconoscere segnali di pericoli, o riconoscere quando chiudere una relazione. Diventa un limite affettivo che va dalla paura dell’abbandono, alla vergogna, alla bassa valutazione di se stessi”.

Dinatale chiarisce, però, che “non vuol dire che chi ha subito violenza nell’infanzia allora sia destinato a subirla da adulto, ma c’è un rischio più alto e i dati Istat lo confermano. Perciò è importante fare prevenzione, anche con sostegno terapeutico e specialistico ed elaborare le esperienze che sono accadute. Il rischio è che una bambina finisca con l’imparare che nelle relazioni in cui costruisce la propria idea di amore, possano coesistere paura e violenza”.

Una possibilità è offerta dai contesti alternativi a quelli familiari, come la scuola, in cui un bambino o una bambina possono imparare – anche grazie all’educazione sessuo-affettiva – a “riconoscere quello che provano, capire cosa caratterizzi una relazione sana, decifrare i confini dell’altro e prevenire controllo e prevaricazione – ha aggiunto Dinatale che conclude -. La scuola non può sostituire la famiglia, ma rappresenta un contesto educativo fondamentale soprattutto quando modelli relazionali sani non possono essere appresi nel contesto familiare: è un’opportunità preventiva e riparativa”.

Giovani

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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