7 genitori su 10 vogliono limiti all’utilizzo dell’Ai per i compiti a casa

Il 69,5% dei genitori italiani chiede di limitare o vietare l’uso di strumenti di intelligenza artificiale per i compiti a casa, mentre l’80,5% sostiene fermamente lo stop agli smartphone in classe.

Lo rivela un’indagine condotta a febbraio 2026 da Novakid, piattaforma per l’apprendimento dell’inglese, su un campione di famiglie del nostro Paese.

Le madri e i padri non rifiutano la modernità, ma esigono un perimetro sicuro in cui l’algoritmo diventi uno strumento pedagogico e non un sostituto del pensiero critico.​

Intelligenza artificiale a scuola: cosa pensano i genitori

 La rilevazione di Novakid, realizzata in collaborazione con il provider britannico Attest, mostra una spaccatura netta nelle famiglie italiane. Di fronte all’avanzata di chatbot e assistenti virtuali, appena il 9% delle persone intervistate si dichiara contrario a imporre restrizioni all’utilizzo dell’intelligenza artificiale per i compiti a casa.

La richiesta di controllo diventa un plebiscito sul fronte dei social media, dove l’81% invoca paletti severi per i minori. Luca Piergiovanni, studioso di tecnologie dell’apprendimento, analizza i numeri chiarendo che le famiglie domandano linee guida precise e strumenti affidabili, progettati con criteri rigorosi. L’esempio virtuoso arriva dai modelli di didattica ibrida, come il Tutor Ai lanciato dalla stessa Novakid, concepito per affiancare l’insegnante umano e permettere di offrire pratica personalizzata e feedback immediati in un ecosistema protetto.​

Quali sono i rischi dell’intelligenza artificiale per i compiti a casa?

L’entusiasmo per l’innovazione didattica si scontra con pericoli concreti legati allo sviluppo cognitivo e all’integrità scolastica.

Affidare la risoluzione di un’equazione o la traduzione di un testo a un algoritmo rischia di trasformare i compiti a casa in un semplice esercizio di copiatura, aggirando la fatica necessaria per assimilare i concetti.

Uno studio del Mit, intitolato “Your brain with Chatgpt”, avverte infatti che l’intelligenza artificiale generativa può trasformarsi in una scorciatoia permanente, indebolendo il pensiero analitico e la capacità di risoluzione autonoma dei problemi in una fase cruciale dello sviluppo neurocognitivo dei ragazzi. A queste vulnerabilità si aggiungono le criticità evidenziate dai documenti programmatici dell’Unesco, che segnalano l’esposizione al rischio di disinformazione. Gli studenti, infatti, tendono frequentemente ad accettare come vere le risposte fornite dai chatbot, senza possedere ancora i filtri necessari per smascherare errori o false credenze prodotte dalle macchine.

Il Sistema 0, ovvero come l’Ai sta già cambiando il cervello umano

Emergono anche altri due nodi: l’equità la privacy. Sotto il primo aspetto, l’accesso disomogeneo alle versioni a pagamento dei software minaccia di allargare il divario di rendimento tra le famiglie, mentre l’estrazione massiva di dati personali dei minori rappresenta un rischio importante per la loro privacy.

Divieto smartphone in classe: la situazione in Europa e nel mondo 

Il consenso dell’80,5% verso lo stop ai telefoni tra i banchi trova sponda nelle politiche di nazioni come Francia e Paesi Bassi, apripista in Europa sulle restrizioni. Da questo anno scolastico (2025/2026) anche l’Italia ha esteso il divieto di usare lo smartphone, anche per scopi educativi e didattici, alle scuole superiori. Il divieto vale sia nelle ore didattiche che durante le pause (cambio dell’ora e intervallo). La circolare ministeriale chiarisce che gli strumenti digitali forniti dalla scuola (come Pc, tablet, Lim) possono essere utilizzati, sotto la supervisione degli insegnanti e non devono essere dispositivi personali.

Sul piano internazionale, il report Global education monitoring dell’Unesco, aggiornato a inizio 2025, certifica che 79 sistemi educativi nel mondo, pari al 40% del totale, hanno introdotto leggi o regolamenti per vietare i telefoni nelle aule. L’agenzia dell’Onu giustifica la stretta a causa delle crescenti preoccupazioni per il benessere psicologico degli studenti, per la distrazione dalle lezioni e per i rischi legati all’isolamento. L’obiettivo condiviso è rimettere l’apprendimento al centro del processo educativo, al riparo dal rumore di fondo delle notifiche.​

Come viene usata l’Ai nelle scuole italiane oggi? 

Il nostro Paese naviga tra eccellenze isolate e ritardi strutturali.

L’introduzione delle nuove linee guida volute dal ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha segnato un passo formale, ma la realtà è ancora disomogenea.

Sul fronte dell’Ai, il rapporto “Ai adoption in the education system”, pubblicato a dicembre 2025 da Ocse e Fondazione Agnelli, rivela che circa la metà delle scuole italiane ha inserito l’intelligenza artificiale nei propri piani formativi grazie ai fondi del Pnrr per la transizione digitale. Il documento segnala però un’integrazione ancora fragile e poco strutturata che, in assenza di una governance sistemica, rischia di ampliare i divari socio-economici già molto profondi nel nostro Paese.

A frenare l’innovazione contribuisce il fattore umano: secondo un report del 2025 di GoStudent, appena il 34% del personale docente italiano si sente preparato a insegnare le nuove tecnologie.

Secondo gli esperti, la partita del futuro non si gioca tanto sull’esclusione del digitale, quanto sulla capacità di governarlo. Trasformare le sperimentazioni attuali in un modello nazionale solido e omogeneo richiede investimenti continui nella formazione degli insegnanti, affinché l’algoritmo resti un alleato prezioso e non la Spada di Damocle sulle facoltà mentali dei più giovani.

Famiglia

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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