Assegno ordinario di invalidità, svolta per chi è nel contributivo: fino a circa 600 euro in più l’anno

I pensionati che ricevono l’assegno ordinario di invalidità potrebbero ottenere un aumento che può arrivare a circa 600 euro l’anno, grazie alle ultime decisioni sull’integrazione al trattamento minimo.

La novità riguarda chi era rimasto escluso perché il suo assegno era calcolato interamente con il sistema contributivo, cioè il metodo che si basa sui contributi versati nel corso della carriera. In linea generale, questo sistema si applica a chi ha contribuzione accreditata dal 1° gennaio 1996 ed è meno conveniente del sistema retributivo. Tanto che a volte potrebbe non bastare a raggiungere neppure la soglia minima fissata per le prestazioni pensionistiche.

La sentenza e la circolare 

Il punto di svolta è la sentenza n. 94 del 3 luglio 2025 della Corte costituzionale, richiamata poi dalla circolare Inps n. 20 del 25 febbraio 2026. Secondo questi chiarimenti, anche l’assegno ordinario di invalidità liquidato interamente con il sistema contributivo può essere integrato al trattamento minimo, che nel 2026 è pari a 611,85 euro lordi mensili.

Prima di continuare giova ricordare che l’assegno ordinario di invalidità, pur non essendo equiparabile alla pensione, è una prestazione previdenziale su cui può operare il meccanismo dell’integrazione al minimo. Quindi, se l’importo dell’assegno risulta troppo basso, la legge può farlo salire fino a una soglia minima prevista, proprio come avviene per i trattamenti pensionistici.

Chi riguarda

La circolare spiega che la novità interessa gli assegni ordinari di invalidità liquidati con il sistema contributivo per:

  • Chi ha contributi accreditati dal 1° gennaio 1996;
  • Chi ha esercitato l’opzione per il calcolo interamente contributivo;
  • Gli assegni a carico della Gestione separata in alcuni casi di computo dei contributi.

In pratica, il beneficio riguarda i pensionati che ricevono l’assegno ordinario di invalidità ma che, fino a oggi, non potevano arrivare alla soglia minima solo perché la loro prestazione era stata calcolata con le regole del contributivo puro.

Come fare domanda

Gli effetti della sentenza decorrono dal 10 luglio 2025, cioè dal giorno successivo alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, e per questo l’integrazione può essere riconosciuta con decorrenza non anteriore al 1° agosto 2025.

Per ottenerla devono però esserci i requisiti richiesti e deve essere stata effettuata la comunicazione dei redditi rilevanti; se questi dati mancano, l’interessato deve presentare una domanda di ricostituzione reddituale. Questo passaggio è importante perché l’integrazione non scatta in automatico in assenza delle informazioni economiche necessarie a verificare se si rientra nei limiti previsti.

Le domande presentate dopo il 9 luglio 2025, così come quelle ancora giacenti a quella data, devono essere esaminate con i nuovi criteri. Inoltre, le richieste già respinte in base alla norma poi dichiarata incostituzionale possono essere riesaminate su richiesta dell’interessato, a condizione che non esista una sentenza definitiva passata in giudicato.

I limiti da conoscere

L’Inps precisa che per l’assegno ordinario di invalidità non sono previste né l’integrazione parziale né la cosiddetta cristallizzazione. Ciò significa che se si superano i limiti reddituali si perde il diritto all’integrazione al trattamento minimo, senza mantenere una quota residua del beneficio.

Va considerato anche un altro passaggio: quando l’assegno ordinario di invalidità si trasforma d’ufficio in pensione di vecchiaia, la successiva pensione di vecchiaia liquidata con il sistema contributivo non è integrabile al trattamento minimo. In altre parole, finché la persona prende l’assegno ordinario di invalidità può avere l’integrazione al minimo secondo le nuove regole; dopo la trasformazione in pensione di vecchiaia, se quella pensione è calcolata con il sistema contributivo, quell’integrazione non spetta.

Welfare

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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