Benedetta Rossi e il marito Marco Gentili in viaggio verso una nuova famiglia: cosa c’è dietro “anni di attesa”

Benedetta Rossi e Marco Gentili sono partiti per accogliere due sorelle e diventare genitori. Valigie pronte, passaporti in mano, una destinazione che la coppia ha scelto di non rendere pubblica. Pubblico è invece il tempo trascorso prima di questo viaggio: “anni di attesa, silenzi e speranze”, come ha scritto la fondatrice di ‘Fatto in casa da Benedetta’ nel post con cui ha annunciato la partenza.

La procedura non è ancora conclusa. Restano alcuni passaggi formali, definiti dalla stessa coppia delicati, prima che la nuova famiglia possa rientrare in Italia. Rossi e Gentili hanno quindi deciso di allontanarsi temporaneamente dai social: “Spegneremo gli schermi”, hanno spiegato, chiedendo di proteggere uno spazio privato che riguarda soprattutto le bambine.

Il racconto personale si ferma qui, per scelta. Ma le parole usate da Benedetta Rossi – attesa, documenti, passaggi formali, anni trascorsi prima della partenza – descrivono da vicino un percorso che riguarda centinaia di famiglie italiane.

È in questo punto che la vicenda privata incontra la cronaca. Le adozioni internazionali sono sempre meno numerose, richiedono tempi lunghi e coinvolgono in misura crescente bambini più grandi, gruppi di fratelli e minori con bisogni complessi.

Adozioni internazionali in calo

Nel primo semestre del 2026 sono state concluse in Italia 217 adozioni internazionali. Nello stesso periodo del 2025 erano state 242: una flessione superiore al 10%, che interrompe il lieve recupero registrato l’anno precedente.

Il dato semestrale si inserisce in una contrazione molto più profonda. Nel 2019, prima della pandemia, erano arrivati in Italia attraverso l’adozione internazionale 1.205 bambini e ragazzi. Nel 2025 sono stati 664, il 45% in meno. A diminuire non è necessariamente il numero dei minori che hanno bisogno di protezione, ma quello delle procedure che riescono ad arrivare fino all’ingresso in una nuova famiglia.

Le ragioni sono diverse e non dipendono soltanto dalla burocrazia italiana. Alcuni Paesi di origine hanno rafforzato le adozioni nazionali e gli interventi a sostegno delle famiglie vulnerabili. Altri hanno modificato le proprie leggi, ristretto i requisiti richiesti agli aspiranti genitori o sospeso del tutto le procedure con l’estero. Guerre, instabilità politica e rapporti diplomatici difficili possono inoltre bloccare fascicoli già avviati.

La Cina, per anni uno dei principali Paesi di provenienza, ha interrotto definitivamente le adozioni internazionali dal 28 agosto 2024. Restano soltanto limitate eccezioni per i figli del coniuge e per alcuni minori legati da rapporti di parentela. In altri Stati i canali restano aperti, ma con numeri ridotti e tempi difficili da prevedere. Il risultato è un sistema nel quale la disponibilità delle famiglie non coincide automaticamente con la possibilità di arrivare a un abbinamento.

L’adozione internazionale, infatti, non funziona come una graduatoria. Non basta attendere il proprio turno. Sono le autorità del Paese di origine a individuare la famiglia ritenuta più adatta alle esigenze di uno specifico bambino, tenendo conto dell’età, delle condizioni di salute, della storia personale e dell’eventuale presenza di fratelli da non separare.

Quattro anni di attesa e bambini sempre più grandi

Gli “anni di attesa” raccontati da Benedetta Rossi non sono un’eccezione. Nel 2025, per completare un’adozione internazionale sono serviti in media 50 mesi: poco più di quattro anni tra la presentazione della disponibilità e l’autorizzazione all’ingresso del bambino in Italia.

Quattro anni, però, non sono una semplice coda da rispettare. Il percorso comincia davanti al Tribunale per i minorenni, con la dichiarazione di disponibilità e la richiesta di idoneità. Assistenti sociali e psicologi incontrano la coppia, ne ricostruiscono la storia, valutano le motivazioni e la capacità di accogliere un figlio che ha già un passato, spesso segnato da separazioni e perdite.

La legge prevede quattro mesi per l’indagine dei servizi territoriali e altri due perché il Tribunale si pronunci. Sono termini indicativi: secondo la stessa Commissione per le adozioni internazionali, nelle grandi città la prima fase può richiedere anche uno o due anni. L’attesa, quindi, può cominciare ben prima che il fascicolo lasci l’Italia.

Ottenuto il decreto di idoneità, la coppia ha un anno per affidarsi a uno degli enti autorizzati dalla Commissione. L’ente cura i rapporti con il Paese scelto, prepara e traduce i documenti, accompagna gli aspiranti genitori e attende la proposta di abbinamento. La procedura internazionale non consente scorciatoie: dal 1998 non è possibile rivolgersi direttamente alle autorità straniere.

È soprattutto in questa fase che il calendario diventa imprevedibile. Non esiste una graduatoria e non arriva automaticamente “il proprio turno”. È l’autorità del Paese di origine a proporre una famiglia per uno specifico bambino, valutando età, condizioni di salute, storia personale e presenza di fratelli o sorelle. La disponibilità ad adottare, da sola, non garantisce dunque che si arrivi a un abbinamento.

Quando la proposta viene accettata, i genitori partono per incontrare il minore e completare la procedura prevista dalla legislazione locale. Soltanto dopo il provvedimento pronunciato nel Paese di origine, la Commissione italiana può autorizzare l’ingresso e la residenza permanente del bambino.

E le adozioni nazionali? Si fanno ancora, ma riguardano bambini italiani o stranieri dichiarati adottabili da un Tribunale italiano. La coppia può presentare contemporaneamente la disponibilità per l’adozione nazionale e quella per l’internazionale, attraverso due domande distinte. Nel primo caso non intervengono né un Paese straniero né un ente autorizzato: è il Tribunale per i minorenni a individuare, tra le coppie disponibili, quella ritenuta più adatta a uno specifico bambino. La domanda nazionale vale tre anni e può essere rinnovata.

I due percorsi hanno quindi un tratto iniziale simile, fatto di colloqui e valutazioni, ma poi si separano. Nell’adozione nazionale l’abbinamento dipende dai minori dichiarati adottabili in Italia; in quella internazionale entrano in gioco le leggi e le autorità di almeno due Stati, oltre agli equilibri politici e diplomatici tra i Paesi.

Nel frattempo, è cambiata anche l’età dei bambini accolti. Nel 2025 i minori arrivati in Italia attraverso l’adozione internazionale avevano in media 6,8 anni e quasi uno su due aveva già superato i sette. Il neonato adottato all’estero, ancora centrale nell’immaginario comune, rappresenta ormai soltanto una quota limitata delle procedure.

Sette bambini su dieci presentavano inoltre almeno un bisogno definito speciale. La categoria non comprende soltanto patologie o disabilità, ma anche un’età più elevata, esperienze traumatiche e l’appartenenza a un gruppo di fratelli da non separare.

L’annuncio di Benedetta Rossi e Marco Gentili tocca proprio quest’ultimo aspetto. Accogliere due sorelle significa evitare che a separazioni già vissute se ne aggiunga un’altra. Significa anche entrare in una relazione che esisteva prima dell’adozione, con affetti, ruoli ed equilibri costruiti nel tempo.

Il viaggio non finisce con il ritorno a casa

La procedura si conclude con i documenti, ma l’adozione comincia davvero nella vita quotidiana. Il rientro in Italia apre una fase fatta di adattamento, scuola, nuove abitudini e costruzione della fiducia. Per i bambini più grandi può significare anche imparare una lingua diversa e trovare un equilibrio tra la famiglia appena incontrata e la propria storia precedente.

Il tempo dell’inserimento non è uguale per tutti. Alcuni bambini cercano subito vicinanza, altri mantengono le distanze o mettono alla prova gli adulti per capire se resteranno davvero. Comportamenti che possono apparire oppositivi nascondono spesso il timore di un’altra separazione.

Quando vengono accolti fratelli e sorelle, la nuova famiglia deve inoltre confrontarsi con una relazione già formata. Quel legame può offrire sicurezza, ma può anche portare con sé ruoli costruiti durante i periodi di difficoltà: il maggiore che si sente responsabile del più piccolo, chi parla al posto dell’altro, chi teme che la nuova vita possa dividerli.

Per questo il sostegno dopo l’adozione è decisivo quanto la preparazione precedente. Servono servizi sociali, psicologi, pediatri e scuole capaci di leggere le difficoltà senza ridurle a problemi di comportamento. L’affetto è fondamentale, ma non sostituisce competenze e accompagnamento, soprattutto quando emergono traumi, fragilità sanitarie o fatiche nell’apprendimento.

Famiglia

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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