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Dialetti in crisi? L’italiano si afferma come lingua di vita quotidiana

In che lingua parlano gli italiani? La risposta non è “italiano”, né “dialetto”. È: dipende da chi c’è nella stanza. E questa dipendenza, oggi, è misurabile. I dati Istat sull’uso della lingua italiana, dei dialetti e delle lingue straniere nel 2024 restituiscono un Paese meno prevedibile di quanto si pensi. Nel 2024 meno di una persona su dieci usa prevalentemente il dialetto in famiglia. Quasi una su due parla solo o soprattutto italiano in tutti i contesti della vita quotidiana. Trentacinque anni fa la proporzione era rovesciata.

Il dato non segnala una perdita culturale, ma un cambio di assetto. Il dialetto non è scomparso, ma ha smesso di essere la lingua che regge l’intera giornata. L’italiano, al contrario, non è più solo il codice “necessario”: è diventato quello abituale, anche dove prima non arrivava. È qui che il quadro linguistico del Paese cambia davvero.

Come cambia l’uso dell’italiano

Per lungo tempo la distribuzione delle lingue in Italia è stata prevedibile. L’italiano per la scuola, il lavoro, i rapporti con gli estranei. Il dialetto per la famiglia, il vicinato, gli amici. I dati del 2024 mostrano che questa divisione è saltata.

Oggi parla prevalentemente italiano il 53,6% delle persone in famiglia e il 58,7% con gli amici. Dieci anni fa erano rispettivamente il 45,9% e il 49,6%. Non si tratta di un lento spostamento: la crescita è concentrata nell’ultimo decennio. E soprattutto non riguarda solo il calo del dialetto “puro”. Diminuisce anche l’uso alternato tra italiano e dialetto, che per anni aveva funzionato da zona di equilibrio.

Questo è il passaggio decisivo: l’italiano non si limita più ad affiancare il dialetto, lo sostituisce come lingua di riferimento quotidiano. Il dialetto resta diffuso (il 42% della popolazione lo utilizza almeno in un ambito) ma in modo selettivo. È presente soprattutto nelle relazioni più strette (38% in famiglia, 35,5% tra amici) e quasi scompare nei rapporti con gli estranei (13%). L’uso esclusivo o prevalente è ormai residuale: 9,6% in famiglia, 8% tra amici, 2,6% fuori casa. Solo il 2,3% lo utilizza in tutti i contesti.

La lingua non passa più “per osmosi”

Il cambiamento diventa ancora più chiaro guardando all’età. In famiglia parla prevalentemente italiano il 67,3% dei giovani tra 6 e 24 anni. Tra le persone di 65 anni e più la quota scende al 45,8%. All’opposto, l’uso quasi esclusivo del dialetto riguarda il 2,7% dei più giovani e circa un quinto degli anziani.

Il nodo non è solo generazionale, ma familiare. La trasmissione linguistica non è più automatica. Quando entrambi i genitori parlano prevalentemente italiano in casa, il 95,9% dei figli fa lo stesso. Quando invece i genitori parlano dialetto, in forma esclusiva o alternata, la quota di figli che parlano italiano scende al 37,9% e cresce l’uso del dialetto (60,8%): una lingua si conserva solo se viene praticata ogni giorno.

Oggi il contesto rende questa pratica più difficile. L’italiano è la lingua della scuola, dei media, delle piattaforme digitali, delle reti amicali sempre meno omogenee. Il dialetto deve competere in spazi che non controlla più. Basta una generazione “intermedia” perché la catena si interrompa.

Pesano anche i fattori sociali. In famiglia utilizza quasi esclusivamente il dialetto il 20% di chi ha un titolo di studio basso; tra i laureati la quota scende al 2,7%. Conta poi il genere: le donne usano più frequentemente l’italiano, in famiglia e tra amici, ma una tendenza documentata anche altrove, legata al ruolo centrale delle donne nell’educazione linguistica dei figli e nella mediazione con la scuola. L’italiano è la lingua che prepara all’esterno.

Non è solo Nord e Sud

La geografia linguistica italiana resta diseguale, ma meno intuitiva. Nel Nord-ovest e nel Centro l’italiano in famiglia supera il 60%; nel Sud e nelle Isole resta sotto il 40%. Toscana e Liguria guidano l’uso dell’italiano domestico, Calabria e Trentino-Alto Adige registrano le quote più basse.

Il dialetto resta molto presente in diverse regioni del Mezzogiorno – Calabria, Sicilia e Campania superano il 60% di uso familiare in forma esclusiva o alternata – e in alcune aree del Nord-est, come Veneto e provincia di Trento. Ma il dato che conta è un altro: in tutte le regioni cresce l’italiano e diminuisce l’uso esclusivo del dialetto. Non ci sono controtendenze.

Il territorio, da solo, non spiega più le scelte linguistiche. Hanno già pesato le migrazioni interne, l’urbanizzazione, la mescolanza sociale. Oggi è decisiva la densità delle relazioni: quante persone diverse si incontrano ogni giorno e quale lingua consente di comunicare senza attriti.

A parte va tenuto il capitolo delle lingue minoritarie storiche tutelate per legge. Nel 2024 oltre 3 milioni e 700mila persone dichiarano di conoscerne almeno una. Qui la tenuta è diversa perché non riguarda solo l’uso privato, ma il riconoscimento pubblico: scuola, amministrazione, servizi. Anche in questi casi, però, l’uso si riduce man mano che la relazione esce dal contesto locale.

Più lingue conosciute, meno padronanza

Mentre il dialetto arretra, il repertorio complessivo si amplia. Nel 2024 il 69,5% degli italiani dichiara di conoscere almeno una lingua straniera. Dieci anni prima erano poco più del 60%. L’inglese domina, seguito da francese e spagnolo. Cresce anche la quota di chi dichiara due o tre lingue.

La crescita non dipende solo dalla presenza straniera. Aumenta soprattutto tra le persone di lingua madre italiana. Il limite è la qualità. Oltre la metà della popolazione colloca il proprio livello al massimo su una competenza sufficiente nella lingua straniera che conosce meglio. La diffusione non coincide con la sicurezza nell’uso reale.

I giovani sono i più esposti: conosce almeno una lingua straniera il 91,1% dei 15-24enni. Ma anche tra loro la padronanza alta non è scontata. I fattori che fanno la differenza restano istruzione e territorio. Tra i laureati la conoscenza è quasi universale; nel Centro-Nord è più diffusa che nel Mezzogiorno.

C’è infine un dato che riporta tutto sul piano concreto. Nel 2024 il 10,7% della popolazione dichiara una lingua madre diversa dall’italiano. In famiglia la maggioranza di queste persone non parla italiano; con amici ed estranei l’uso cresce, ma resta una quota significativa che fatica. Qui la lingua non è un tratto identitario, è una condizione di accesso.

Popolazione

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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