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Diciottenne ucciso a scuola, il metal detector di Valditara e il parere del pedagogista

Il mondo della scuola italiana è sotto choc dopo l’ennesimo terribile episodio di violenza avvenuto, questa volta, all’Istituto “L. Einaudi – D. Chiodo” di La Spezia, in Liguria. All’interno delle mura scolastiche, quello che doveva essere un normale giorno di lezione si è trasformato in tragedia: lo studente Abanoub Youssef, 18 anni, è stato ferito mortalmente da un suo compagno di scuola, Zouhair Atif, 19 anni. Solo l’intervento di un insegnante, che ha affrontato l’aggressore a mani nude riuscendo a disarmarlo, ha evitato che il bilancio fosse ancora più pesante.

Il tragico episodio riapre il dibattito sulla sicurezza scolastica, sul disagio giovanile, sulla violenza come forma di espressione e sul vuoto, sempre più evidente, generato da parte delle istituzioni.

La reazione delle istituzioni

A intervenire sull’accaduto è stato il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, il quale ha definito il tragico evento come un episodio di una “gravità assoluta”. Il ministro ha espresso profonda vicinanza alla famiglia della vittima e per fare luce sulle dinamiche e sulle eventuali responsabilità, è stata immediatamente disposta un’ispezione ministeriale presso l’istituto ligure.

Il caso preoccupa profondamente le istituzioni perché si inserisce in un quadro di crescente aggressività tra le nuove generazioni, un fenomeno che il ministro ha paragonato a una “vasca che esonda”, dove la violenza della società finisce per contagiare inevitabilmente anche la scuola.

Le proposte del ministro: metal detector

Per rispondere a questa emergenza, il ministro Valditara ha avanzato proposte che hanno già sollevato accesi dibattiti. Il ministro ritiene necessario dare ai presidi la possibilità di installare metal detector nelle scuole considerate “a rischio”, d’intesa con le prefetture, per contrastare la “moda” degli adolescenti di acquistare e portare armi da taglio a scuola.

Tuttavia, secondo il titolare del dicastero, le misure di sicurezza non bastano: serve una “rivoluzione culturale”. Questa dovrebbe passare per il ripristino del “senso dell’autorità e del rispetto”, valori considerati “devastati negli ultimi 50 anni”. Ma anche una maggiore responsabilizzazione delle famiglie, criticando la figura del “genitore amico” o di chi delega l’educazione allo smartphone. E, infine, tramite l’attuazione delle nuove linee guida sull’educazione civica incentrate sul valore del rispetto.

Il parere del pedagogista: “Emergenza educativa, non di sicurezza”

Non tutti concordano con la visione “securitaria” del Governo. Il pedagogista Daniele Novara ha lanciato un monito chiaro: “Il problema non è la sicurezza intesa come accentuazione delle norme di controllo. Il problema è educativo, di prevenzione. Fino a quando continueremo a far finta che non esista un’emergenza educativa, ci affideremo sempre a un intervento poliziesco e giudiziario che arriva quando i buoi sono già scappati”.

“Se i ragazzi non sanno litigare bene, la violenza diventa lo strumento per eliminare la persona che rappresenta il problema”, ha spiegato Novara, sottolineando che la gestione dei conflitti è una competenza che va insegnata sistematicamente a scuola.

La protesta degli studenti

Anche le rappresentanze studentesche, come l’Unione degli Studenti, hanno espresso una netta opposizione all’idea dei metal detector, definendola una “militarizzazione” degli spazi educativi. Federica Corcione, membro dell’Esecutivo Nazionale, sostiene che la repressione non prevenga la violenza ma la amplifichi, e chiede invece investimenti strutturali in supporto psicologico e spazi di aggregazione per contrastare le disuguaglianze sociali.

Mentre La Spezia piange un’altra giovane vita spezzata, il Paese si interroga su come trasformare le scuole da luoghi di tensione a spazi di formazione critica e cura, dove il conflitto torni a essere un’occasione di crescita e non una condanna a morte.

La violenza minorile in numeri

A fotografare la violenza minorile in numeri è Criminalpol, la Direzione Centrale della Polizia Criminale: il numero di omicidi commessi da minorenni è passato dal 4% del totale nel 2023 all’11,8% nel 2024. Parliamo di 14 omicidi commessi da minori nel 2023 (su 340 totali), aumentati a 35 omicidi commessi da minori nel 2024 (su 319 totali). Sono quasi 600 i giovani detenuti attualmente in centri di detenzione minorile; nel 2022 erano meno di 400.

L’Unità di Epidemiologia Socio-Sanitaria dell’Istituto di Fisiologia Clinica, con lo studio Espad Italia 2024, ha analizzato 20 mila studenti e circa 250 scuole italiane, offrendo uno spaccato preoccupante: il 40,6% dei ragazzi tra i 15 e i 19 anni ha partecipato almeno una volta a zuffe o risse, un dato che proiettato sulla popolazione scolastica equivarrebbe a circa un milione di adolescenti coinvolti. Inoltre, il 10,9% ha assistito a scene di violenza filmate con un cellulare, segno che questi episodi vengono non solo visti, ma spesso condivisi e amplificati digitalmente, contribuendo a una sorta di “normalizzazione” della violenza.

Giovani

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

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