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Federica Pellegrini e il sogno del parto in acqua, la ginecologa: “Ecco quando non è possibile”

La campionessa italiana di nuoto Federica Pellegrini dovrà rinunciare, di nuovo, al parto in acqua. Incinta al settimo mese di gravidanza, la “Divina” del nuoto italiano ha annunciato durante un’intervista con Silvia Toffanin a Verissimo che anche la sua seconda figlia nascerà tramite un parto cesareo, ma questa volta programmato. Insieme al marito Matteo Giunta, la campionessa ha spiegato che non potrà vivere l’esperienza del parto in vasca a causa delle complicazioni vissute nel gennaio 2024, durante la nascita della primogenita Matilde.

Abbiamo chiesto alla dottoressa Monica Calcagni, medico chirurgo specialista in Ginecologia ed Ostetricia, quali siano le possibili cause che portano una donna a dover ricorrere al parto cesareo d’urgenza e quanto sia importante affidarsi ad un’equipe medica professionale nei mesi pre e post partum.

I “limiti” del parto in acqua

“Il parto in acqua – ha spiegato a Demografica Adnkronos la dottoressa Calcagni -, così come il parto spontaneo, non lo possono fare tutte le donne. Ci sono delle condizioni materne e fetali che vanno valutate. Devono esserci, soprattutto per il parto in acqua, delle condizioni materne ottimali. Se c’è una sofferenza fetale, se ci sono problemi di posizione del bambino, un travaglio lento, un’emorragia o un’infezione, non è possibile partorire in acqua. Altri casi che prevedono impossibilità di partorire in acqua si si registra quando c’è una pressione altra o altre complicanze materne, e, spesso, non è possibile fare neppure il parto vaginale. È in questi casi – ha aggiunto la dottoressa – che si ricorre a un cesareo che, a questo punto, non è più una scelta, ma un‘urgenza perché si fa dopo che il travaglio è iniziato. È un intervento necessario per tutelare sia la vita della madre che quella del bambino”.

Infatti, per Federica Pellegrini, il ricordo del primo parto è ancora vivo: “Sono stati due giorni lunghi in cui avevo delle contrazioni dolorosissime”, ha raccontato la nuotatrice alla Toffanin, aggiungendo che dopo 48 ore non riusciva a stare in piedi senza l’aiuto del marito Matteo. Nonostante il ricorso all’epidurale, la dilatazione non progrediva verso la fase delle spinte e la piccola Matilde ha iniziato a manifestare dei problemi. È in quell’occasione che si è reso necessario un parto cesareo e il rischio che ciò si ripeta porta a pensare che dietro quelle preoccupazioni ci sia la scelta di procedere ad un altro cesareo, questa volta programmato.

Dopo il parto cesareo è obbligatorio un altro cesareo?

Ma dopo un parto cesareo, si può avere un parto naturale? “Noi lo chiamiamo intervento chirurgico maggiore – ha sottolineato la dottoressa riferendosi al cesareo- e può comportare dei rischi come delle infezioni, sanguinamenti, aderenze, dolore postoperatorio”. Il parto cesareo, inoltre, “ha un tempo di recupero generalmente più lungo e generalmente nelle gravidanze successive può avere un impatto, motivo per cui non va banalizzato né però demonizzato, va semplicemente fatto quando serve”.

“Fino a qualche anno fa – ha sottolineato però la dottoressa – tutte le donne che avevano fatto un taglio cesareo facevano poi un altro taglio cesareo. Oggi invece non è sempre così. Dopo un taglio cesareo, infatti, si può partorire naturalmente attraverso quello che si chiama Vbec (Vaginal birth after cesarum, cioè parto vaginale dopo cesareo)”. Quando? “Per esempio – ha aggiunto Calcagni -, il taglio cesareo deve essere stato fatto almeno due anni prima. Ma dipende molto dalla gravidanza, dalla presenza di strutture adeguate, perché non tutti gli ospedali si sentono di assistere un parto vaginale dopo un cesareo, anche se teoricamente dovrebbe poter accadere ovunque e quindi in realtà questo fa capire che un cesareo non obbliga automaticamente i successivi. Diventa una scelta della donna scegliere se ripartorire così o provare, perché no, un parto vaginale”.

Il rischio baby blues

Nei mesi successivi il primo parto, inoltre, la campionessa italiana di nuoto ha vissuto una depressione post partum o anche definita “baby blues”, proprio a causa dello stress e della stanchezza accumulati durante il parto difficile e i primi mesi di vita della figlia.

“La depressione postpartum purtroppo è molto più frequente, più di quanto si possa pensare e generalmente è più frequente dopo esperienze di parto traumatico, come per esempio può essere un cesareo d’urgenza”, ha spiegato ancora la dottoressa. Tra i fattori più frequenti che influenzano questo tipo di esperienza traumatica c’è generalmente un post-operatorio difficile. Ma casi di depressione si verificano anche quando un parto vaginale ha richiesto l’utilizzo di alcuni strumenti, come un forcipe, cioè la pinza metallica per afferrare la testa del bambino e guidarne l’uscita. O, ancora, una ventosa, cioè una coppetta applicata alla testa del feto per esercitare una trazione.

“Questo però non vuol dire che non colpisca anche le donne che hanno avuto invece dei parti fantastici – ha specificato la dottoressa – e a una donna negli ultimi mesi di gravidanza consiglierei di parlare apertamente delle proprie paure, di non sentirsi in colpa se il parto non va come immaginato e di costruire soprattutto una rete di supporto sia medico che familiare. Chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma di consapevolezza. È quello che dovremmo cercare di far capire alle donne è di parlare onestamente di parto, perché se ne parla sempre in maniera molto aulica e invece la realtà non è poi così. È un messaggio importante che bisognerebbe far passare è che non esistono parti giusti o parti sbagliati, esiste un obiettivo comune che è quello della salute fisica e mentale sia di mamma che di bambino“.

Fertilità

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

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