Giovani e smartphone: e se il vero problema non fosse lo schermo, ma il silenzio degli adulti?

“Mentre ci preoccupiamo che la tecnologia ci allontani, potrebbe essere la nostra incapacità di parlarne a dividerci in definitiva”. A raggiungere questa conclusione è la dottoressa Megan Moreno, pediatra, docente e co-autrice del volume Connecting: Raising Kids in the Digital World edito dall’American Academy of Pediatrics. In un articolato pubblicato sul Guardian, la specialista spiega il cortocircuito che si verifica costantemente all’interno del suo studio clinico: i genitori arrivano in visita carichi di ansia per il tempo che i figli trascorrono davanti allo schermo e pretendono subito che i ragazzi “confessino” quante ore buttano via ogni giorno sul telefono.

Il risultato di questo approccio inquisitorio è immediato: l’atmosfera nella stanza si surriscalda, l’adolescente si arrocca sulla difensiva e il genitore si sente sempre più frustrato, bloccando sul nascere qualunque reale canale di comunicazione.

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Come parlare ai giovani?

Per spezzare questo circolo vizioso, la dottoressa Moreno propone di ribaltare il tavolo e iniziare da domande completamente diverse: chiedere ai ragazzi cosa amano fare online, cosa li affascina e quali aspetti dell’uso della tecnologia li preoccupano al punto da volerne parlare.

Quando si adotta questo registro basato sulla curiosità autentica, le risposte degli adolescenti finiscono per spiazzare le stesse famiglie: una giovane paziente ha rivelato di usare i social media per mantenere saldi i legami con i vecchi amici dopo essersi trasferita in una nuova città; un altro ragazzo ha mostrato con orgoglio i video girati e montati da lui per promuovere lo spettacolo teatrale della scuola; un’adolescente ha spiegato come i software di progettazione digitale stiano rivoluzionando il mondo della moda, motivo per cui sta cercando di impararli da sola e un altro ha ammesso a bassa voce che le sessioni di gaming sono diventate così totalizzanti da risultare fonte di forte stress.

Mentre la conversazione si sviluppa in questo clima di apertura, accade qualcosa di significativo: la tensione scivola via, i genitori tirano un sospiro di sollievo, il paziente ritrova il sorriso e quello che era iniziato come un banale litigio sul dispositivo si trasforma in un confronto più profondo sulla salute, sulle relazioni e sulla vita in generale.

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La trappola degli opposti e la solitudine dei genitori

Secondo la pediatra, il dibattito pubblico sulla tecnologia è rimasto incastrato in una falsa alternativa tra due fazioni estreme: da un lato gli entusiasti della tecnologia pronti ad abbracciare qualsiasi nuova applicazione, dall’altro i predicatori dell’astinenza digitale.

Nel mezzo ci sono le famiglie reali. Emblematico è stato un incontro pubblico in cui la dottoressa Moreno ha chiesto a un panel di adolescenti se avessero mai vissuto una conversazione positiva sulla tecnologia con i propri genitori: ogni singolo ragazzo ha scosso la testa dicendo di non averla mai avuta. Si tratta di un dato stridente, se si pensa che i genitori sono abituati ad affiancare quotidianamente i figli nelle difficoltà scolastiche, nelle sconfitte sportive o nelle delusioni di amicizia, ascoltandoli e supportandoli. Tuttavia, non appena il tema diventa lo smartphone, la comunicazione si riduce a critiche, avvertimenti e allarmismi.

“La vera ‘generazione ansiosa’ – ha spiegato la dottoressa – potrebbe essere proprio quella dei genitori”. Da anni, infatti, gli adulti sono bombardati da titoli drammatici su screen time e salute mentale, vivono nell’incubo di non adottare l’unico approccio “corretto” e contemporaneamente devono gestire l’uso dei propri dispositivi per lavoro e gestione familiare.

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La via d’uscita proposta dalla pediatra richiede un cambio di passo culturale: passare dal panico alla curiosità. I ragazzi non hanno bisogno di adulti che si mostrino infallibili o con tutte le risposte pronte, ma di adulti capaci di porre domande e ammettere i propri errori. Se ad esempio un genitore si distrae guardando video di gatti e ritarda la cena, ammetterlo con franchezza può diventare un prezioso momento educativo per tutti.

Ripristinare una comunicazione aperta tra le mura domestiche non serve solo a riavvicinare genitori e figli, ma, spiega la dottoressa, è la precondizione indispensabile per abbassare la temperatura del dibattito e porsi domande più mature a livello societario: come progettare piattaforme digitali sicure per i minori? Quali obblighi vincolanti imporre alle aziende tecnologiche? Quali politiche attuare per garantire ambienti digitali sani?

In definitiva, per difendere la connessione umana nell’era dei social e dell’intelligenza artificiale non basta staccare la spina, ma serve tornare a parlarsi davvero.

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Giovani

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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