Hong Kong, la polizia potrà chiedere la password del cellulare: attacco alla privacy senza precedenti

La polizia di Hong Kong potrà chiedere la password dei propri telefoni e pc alle persone sospettate di cospirazione. Lo prevede la legge firmata lo scorso lunedì, 23 marzo, che rafforza l’impianto previsto dalla discussa legge sulla sicurezza nazionale e rappresenta un oltraggio senza precedenti alla privacy degli individui. Per molti osservatori, questa nuova stretta serve solo per poter avere accesso ai messaggi delle persone sospette, ovvero quello invise al governo di John Lee. Ovvero ancora a Xi Jinping, dato che la legge sulla sicurezza nazionale è la mossa con cui Pechino ha di fatto mortificato la libertà del territorio, dopo l’ondata di proteste pro-democrazia del 2019.

Gli esperti avvertono: che sia offline o online, a Hong Kong non c’è più spazio per la libertà di espressione e di informazione.

Hong Kong, come vengono individuati i sospetti

Già altri Paesi (per quanto Hong Kong non sia uno Stato autonomo ma una Regione Amministrativa Speciale cinese), riconoscono alle forze dell’ordine l’autorità di richiedere l’accesso ai dispositivi elettronici durante le indagini.

Il punto della questione è che la legge sulla sicurezza nazionale comprende un’ampia serie di reati definiti in modo molto vago, che vanno dalla secessione alla collusione con forze straniere, e, in certi casi, prevede la possibilità di condurre processi a porte chiuse. Per quanto metta nel mirino soprattutto attivisti, oppositori politici e giornalisti, la nuova legge alza il livello della tensione tra tutti i cittadini hongkonghesi.

Sequestro senza arresto né accusa formale

Alcuni emendamenti hanno rafforzato i poteri delle autorità doganali: ora gli agenti possono sequestrare qualsiasi oggetto che, secondo una propria valutazione soggettiva, possa essere potenzialmente pericoloso o avvalorare un “intento sedizioso”. Il sequestro può avvenire anche in assenza di un arresto o di un’accusa formale per reati connessi alla sicurezza nazionale.

Come spesso capita, la sostanza della legge è stata corroborata dalla forma illiberale: l’esecutivo ha attribuito nuovi e immediati poteri alle forze dell’ordine scavalcando il Consiglio legislativo (LegCo), il parlamento di Hong Kong. Difficile, soprattutto per le persone più esposte, dar credito alle rassicurazioni di un portavoce dell’esecutivo, secondo cui le nuove disposizioni sono conformi alla Basic Law, la mini-costituzione della città, e “non influenzeranno la vita della popolazione né il normale funzionamento di istituzioni e organizzazioni”.

Gli arresti nella libreria Book Punch

Le rassicurazioni stridono con gli arresti delle ultime ore, quando la polizia di Hong Kong ha fatto irruzione nella libreria Book Punch, arrestando il proprietario Pong Yat-ming e tre dipendenti con l’accusa di vendita di pubblicazioni “sediziose”.

Galeotta fu la presenza di The Troublemaker sugli scaffali della libreria, che ha fatto scattare le manette. L’opera è invisa al governo di Lee perché è la biografia di Jimmy Lai, il fondatore del quotidiano pro-democrazia Apple Daily, detenuto dal 2020, che il mese scorso è stato condannato a 20 anni di carcere per collusione con forze straniere e sedizione.

Le sanzioni per chi non collabora

Chi rifiuta di dare le proprie password alla polizia può essere punito con un anno di carcere e una multa fino a 100mila dollari di Hong Kong (circa 11mila euro); chi invece fornisce informazioni false o ingannevoli, per esempio un pin dello smartphone sbagliato, può essere subire una condanna fino a tre anni di carcere e una multa fino a 55mila euro.

La legge sulla sicurezza nazionale

Formalmente la legge sulla sicurezza nazionale, introdotta nel 2020 per volere di Pechino, serve a contrastare gli atti di “sedizione, sovversione e secessione”. Di fatto la norma ha ridotto all’osso la libertà di espressione e i diritti politici dei cittadini di Hong Kong. Sul piano geopolitico questo attacco ai diritti civili si traduce in una minore autonomia della città, su cui il presidente cinese Xi Jinping ha aumentato la pressione negli ultimi anni.

La legge enumera quattro reati cardine: secessione, sovversione, terrorismo e collusione con potenze straniere, formulati in termini deliberatamente generici, abbastanza da includere, secondo Amnesty International, pressoché qualsiasi forma di dissenso politico. Secondo le stime dell’organizzazione, l’80% delle persone sottoposte a procedimento penale ai sensi della legge sulla sicurezza nazionale sono state criminalizzate ingiustamente.

Il secondo passaggio arriva il 19 marzo 2024, quando il Consiglio legislativo di Hong Kong — composto esclusivamente da deputati “patriottici” filo-Pechino — approva all’unanimità (89 voti su 89) una normativa integrativa ai sensi dell’articolo 23 della Basic Law, nota come Safeguarding National Security Ordinance che, dalla proposizione del testo, ci ha messo appena 11 giorni a diventare legge. La norma aggiunge cinque categorie di reato — tradimento, insurrezione, spionaggio, sabotaggio e interferenza esterna — e introduce pene fino all’ergastolo per i casi più gravi, oltre alla possibilità di celebrare processi a porte chiuse e trattenere i sospettati senza accusa fino a sedici giorni.

L’Onu, tramite diversi comitati, ha condannato all’unanimità il provvedimento, rilevando la mancanza di un processo legislativo trasparente e inclusivo, e chiedendo formalmente la revoca della legge sulla sicurezza nazionale dall’ordinamento di Hong Kong.

Intanto, l’esecutivo ha dato un ulteriore giro di vite alla libertà fondamentali dei cittadini.

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content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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