In Francia basta un euro per mangiare in mensa universitaria

Un euro per sedersi in mensa e prendere un pasto completo. In Francia, dal 4 maggio 2026, il prezzo più basso della ristorazione universitaria pubblica non è più riservato solo a borsisti o studenti riconosciuti in difficoltà economica. Il repas à 1 euro è stato esteso a tutti gli aventi diritto del sistema Crous, gli enti che gestiscono servizi come mense, alloggi, borse e assistenza.

La novità riguarda una voce molto concreta del budget studentesco: il cibo. Chi rientra nelle categorie ammesse può pagare un euro per un menu composto da un piatto principale e fino a due elementi aggiuntivi, come antipasto, formaggio, dessert o frutta. Il prezzo vale nei ristoranti universitari e, dove previsto, anche in caffetterie e punti vendita collegati. Per chi non era borsista, il costo precedente era di 3,30 euro: la differenza è quindi di 2,30 euro a pasto.

Il provvedimento non riguarda tutti i giovani residenti in Francia. Il perimetro comprende universitari, dottorandi, apprendisti e alternanti con carta di “étudiant des métiers”, oltre ai giovani in servizio civico. Restano fuori, per esempio, gli alunni delle scuole superiori, i lavoratori non iscritti a percorsi riconosciuti e i Neet. Non è quindi un buono alimentare generale, ma un prezzo unico applicato alle mense e ai punti ristoro collegati agli atenei.

Per accedere alla tariffa serve un account Izly, il sistema di pagamento e identificazione usato nei Crous. La regola è un pasto per servizio: pranzo e, nei ristoranti aperti anche la sera, cena. La formula resta legata al circuito universitario, non a un buono spendibile liberamente in bar, supermercati o ristoranti privati.

Dal sostegno selettivo al prezzo unico

Il pasto a un euro esisteva già. Era stato introdotto durante la pandemia, quando chiusura dei campus, perdita di lavoretti e isolamento avevano reso più visibile la fragilità economica di una parte degli iscritti. Dopo l’emergenza sanitaria, era rimasto in vigore per i borsisti e per i non borsisti riconosciuti come precari. Gli altri potevano comunque accedere al menu sociale da 3,30 euro.

Con l’estensione del 2026 cambia il criterio. Non è più necessario dimostrare una condizione economica specifica, almeno all’interno della platea ammessa. Conta lo status. Il governo francese ha collegato l’intervento al potere d’acquisto degli studenti e ha previsto 50 milioni di euro per accompagnarne l’attuazione.

L’effetto si misura su una spesa piccola ma ricorrente. Per chi mangia in mensa cinque giorni a settimana, il passaggio da 3,30 euro a un euro significa risparmiare 11,50 euro ogni cinque pranzi. Su base mensile, la differenza diventa più visibile. Naturalmente il beneficio dipende dall’uso effettivo del servizio: c’è chi frequenta ogni giorno, chi lavora, chi fa pendolarismo, chi studia in sedi decentrate o con orari poco compatibili.

Il cambiamento ha anche un effetto amministrativo. Se prima una parte degli studenti doveva dimostrare la propria situazione economica per accedere al prezzo più basso, ora il controllo si concentra sull’appartenenza alle categorie previste. In pratica, una volta verificato lo status tramite Izly, la tariffa viene applicata direttamente.

Il costo ordinario della vita studentesca

Il caso francese si inserisce in una questione più ampia: quanto costa oggi frequentare l’università, soprattutto per chi studia lontano da casa. Nel dibattito pubblico si parla spesso di tasse, borse e alloggi. Ma pesano anche spese ripetute e meno visibili: trasporti, libri, materiali, connessione, salute, cibo.

Il pasto a un euro interviene su una di queste voci. Non sostituisce gli altri strumenti di sostegno e non incide sulla spesa più alta, che in molte città universitarie resta l’affitto. Abbassa però direttamente il prezzo di un servizio già inserito nella giornata di chi frequenta lezioni, biblioteche, laboratori e tirocini.

La questione riguarda anche il rapporto tra studio e autonomia. Una parte della popolazione universitaria combina corsi, lavori part-time, pendolarismo, periodi di tirocinio e dipendenza economica dalla famiglia. In questo equilibrio, le spese quotidiane possono influenzare scelte molto pratiche: quante ore restare in campus, se mangiare fuori o portarsi il pranzo da casa, se accettare un lavoro durante gli studi, quanto pesare sul bilancio familiare.

Per questo una tariffa sul pranzo può sembrare una misura piccola, ma si colloca in un punto concreto della vita universitaria. Non riguarda l’iscrizione formale a un corso, ma la sostenibilità della frequenza quotidiana: essere presenti, spostarsi, mangiare, studiare, tornare a casa.

Il test delle mense

Abbassare il prezzo non basta, se il servizio non regge. Il punto sarà particolarmente visibile alla ‘rentrée’, quando gli studenti tornano nei campus, gli orari delle lezioni riprendono a pieno regime e la domanda di pasti aumenta. La fase di avvio, partita a maggio, consente di osservare i primi effetti, ma non coincide con il momento di massima pressione sul sistema.

Il confronto con altri Paesi non è automatico. Dove la ristorazione universitaria è capillare, una scelta simile può essere applicata più facilmente. Dove il servizio è frammentato, affidato a convenzioni locali o poco presente negli atenei, servirebbero prima investimenti strutturali.

La Francia, infatti, può appoggiarsi su una rete nazionale riconoscibile. I Crous sono presenti sul territorio e associano la mensa ad altri servizi per studenti. Proprio questa infrastruttura rende possibile una tariffa unica. Il prezzo è la parte più visibile; cucine, personale, orari, approvvigionamenti e distribuzione dei punti ristoro sono la parte che ne determinerà l’impatto concreto.

Come funziona altrove

Il modello francese non è il più comune in Europa. In molti Paesi il costo di un pasto universitario dipende da una combinazione di fattori: reddito, status di borsista, regione, ateneo, ente locale, tipo di menu e presenza di mense vicine ai campus. La Francia introduce invece un prezzo nazionale molto riconoscibile, uguale per tutti gli studenti ammessi al circuito Crous.

In Italia il sistema è più frammentato. La ristorazione universitaria rientra nel diritto allo studio, ma viene gestita soprattutto su base regionale attraverso enti come Edisu, Dsu, Esu, DiSCo e Ardis. Questo significa che prezzi, fasce, gratuità e criteri di accesso cambiano da territorio a territorio. In Toscana, per esempio, gli studenti vincitori di borsa hanno diritto a uno o due pasti gratuiti al giorno a seconda della condizione di studente in sede, pendolare o fuori sede; per gli altri, il costo è legato alla composizione del vassoio e alla fascia di reddito. In Veneto, l’Esu di Padova prevede un pasto gratuito per chi ne ha diritto e tariffe differenziate per gli altri studenti; per il 2026/2027, agli iscritti del primo anno viene indicata inizialmente una “Tariffa B” da 4,70 euro per il pasto intero e 3,50 euro per il ridotto, con ricalcolo successivo in base alla graduatoria della borsa di studio. In Friuli Venezia Giulia, Ardis indica una tariffa di 2,50 euro per gli studenti idonei alla borsa di studio e una terza fascia da 5,80 euro in alcuni casi.

La differenza rispetto alla Francia, quindi, non è soltanto il prezzo. È l’architettura. Il modello italiano tende a essere più selettivo e territoriale: chi ha una borsa o un Isee basso può accedere a riduzioni o gratuità, ma non esiste una tariffa nazionale da un euro per tutta la popolazione universitaria.

In Germania il sistema è ancora diverso. La ristorazione studentesca è gestita dagli Studierendenwerke, enti locali o regionali che amministrano mense, alloggi e servizi. I prezzi sono generalmente calmierati e più bassi per gli studenti rispetto a personale universitario o ospiti esterni, ma variano da città a città. A Berlino, per esempio, lo Studierendenwerk distingue tre categorie: la prima è per gli studenti degli atenei convenzionati, le altre per dipendenti e ospiti. In Renania-Palatinato, lo Studierendenwerk Vorderpfalz spiega che lo studente paga il costo delle materie prime e solo una parte dei costi di produzione, mentre il resto viene coperto da sussidi pubblici e contributi studenteschi. Anche qui, dunque, il pasto è agevolato, ma non con una tariffa nazionale unica paragonabile al caso francese.

In Spagna il quadro è più eterogeneo e spesso legato a singole università o comunità autonome. Il confronto più vicino non riguarda sempre le mense universitarie, perché in alcune realtà il servizio è gestito tramite cafeterías, convenzioni o prezzi massimi locali. Nel 2025, per esempio, l’Università delle Isole Baleari ha fissato per gli studenti un prezzo massimo di 7,55 euro per il menu completo del campus e 5 euro per il mezzo menu, grazie a un aiuto del governo regionale. È un modello diverso: non un prezzo simbolico nazionale, ma un intervento locale per ridurre il costo del menu.

Alla fine, la differenza è più organizzativa che simbolica. Il prezzo di un pasto universitario non dipende solo da quanto uno Stato decide di spendere, ma da come ha costruito nel tempo la propria rete di servizi: nazionale o regionale, capillare o frammentata, aperta a tutti o legata a fasce di reddito.

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content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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