Infertilità: e se la colpa fosse (anche) dell’acqua che beviamo?

Anche l’acqua che beviamo può avere un impatto sulla fertilità? Secondo una ricerca condotta dall’Università di Adelaide in Australia la risposta è “Sì”. Uno studio ha rilevato che minuscole tracce di Pfas, sostanze perfluoroalchiliche meglio note come “inquinanti eterni” e presenti nell’acqua potabile, possono danneggiare lo sviluppo degli embrioni e la salute delle future madri, in modo permanente.

Cosa sono i Pfas e perché ci riguardano?

Definiti anche “prodotti chimici perenni”, i Pfas sono sostanze create dall’uomo e utilizzate per decenni in migliaia di prodotti, dalle padelle antiaderenti agli imballaggi alimentari, fino alle schiume antincendio. Il problema è che non si degradano mai: restano nell’ambiente, filtrano nelle falde acquifere e finiscono nell’acqua che beviamo ogni giorno.

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L’attacco ai mitocondri

Lo studio, guidato dalla dottoressa Yasmyn Winstanley, ha analizzato gli effetti di dosi di Pfas simili a quelle che si trovano normalmente nelle reti idriche cittadine. I ricercatori hanno scoperto che bastano solo quattro settimane di esposizione per causare danni visibili. Il danno avviene a livello microscopico: i Pfas colpiscono i mitocondri, che possiamo immaginare come le “batterie” che forniscono energia alle cellule. Se queste batterie non funzionano correttamente:

  • Gli embrioni hanno meno cellule e sono meno vitali.
  • Il loro Dna subisce lesioni (danni genetici).
  • I feti pesano meno alla nascita, una condizione che aumenta il rischio di sviluppare obesità, diabete e malattie cardiache da adulti.

Un danno che attraversa le generazioni

L’aspetto più preoccupante della ricerca riguarda la trasmissione del danno. Gli scienziati hanno osservato che i problemi di fertilità e di salute cellulare non colpiscono solo chi beve l’acqua contaminata, ma si trasmettono alle figlie e persino alle nipoti.

In pratica, l’esposizione di una donna oggi potrebbe influenzare la capacità delle sue nipoti di avere figli sani tra cinquant’anni. Questo accade perché i Pfas alterano la qualità degli ovociti (le cellule uovo) già durante lo sviluppo nel grembo materno.

“Il nostro studio – ha spiegato la dottoressa Winstanley – ha dimostrato che bastano solo quattro settimane di consumo di normale acqua del rubinetto con bassi livelli di sostanze chimiche Pfas per ridurre il numero di cellule e la loro funzionalità negli embrioni, causando danni al Dna e compromettendo la vitalità dell’embrione. Questi effetti sono risultati più evidenti dopo sei mesi di consumo di acqua del rubinetto, con una riduzione del peso fetale della prole in seguito all’esposizione materna. Il basso peso alla nascita può avere conseguenze a lungo termine”. Ma, continua la dottoressa, “l’aspetto più preoccupante è stata la scoperta che queste anomalie dello sviluppo sembrano essere trasmesse alle figlie e alle nipoti delle persone esposte”.

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Il mito dei “livelli sicuri”

Le attuali leggi stabiliscono dei limiti di Pfas considerati innocui per l’uomo. Tuttavia, questo studio dimostra che i danni alla fertilità avvengono anche a concentrazioni molto al di sotto di tali limiti. Inoltre, i ricercatori hanno scoperto che il danno è irreversibile: “Gli effetti dannosi osservati non si sono invertiti con l’interruzione dell’esposizione o con un trattamento antiossidante”, ha aggiunto la dottoressa. Un dato che, in sintesi, vuol dire che anche qualora smettessimo di bere acqua contaminata le cellule non tornerebbero comunque alla loro salute originale una volta avvenuta l’esposizione.

Esiste una soluzione?

Nonostante la gravità della situazione, lo studio offre una via d’uscita pratica. È emerso che i comuni filtri a carbone attivo (spesso presenti nelle caraffe filtranti o nei sistemi domestici) sono molto efficaci nel rimuovere i Pfas, proteggendo gli embrioni dalla contaminazione. “Non solo dobbiamo eliminare i Pfas dal nostro ambiente – ha concluso la dottoressa -, ma abbiamo anche bisogno di una maggiore consapevolezza della presenza di tracce di queste sostanze nell’acqua del rubinetto e di strategie per evitare gli effetti a lungo termine sulla salute che possono derivare dall’esposizione a queste sostanze chimiche”.

Affrontare la denatalità non può più essere solo una questione di welfare fatta di bonus bebè o asili nido gratuiti. Anche l’ambiente in cui viviamo danneggia la nostra capacità biologica di procreare. La protezione della salute riproduttiva passa, perciò, anche per una bonifica ambientale e per standard di qualità dell’acqua molto più severi di quelli attuali.

I prossimi passi della ricerca prevedono la sperimentazione di nuove tecnologie per la rimozione dei Pfas dall’acqua potabile, con l’obiettivo finale di prevenire gli effetti sulla fertilità.

Fertilità

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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