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L’errore più comune dei genitori con gli adolescenti? Fare troppo

Non esiste più un momento preciso in cui un figlio “diventa adolescente”. Nessuna soglia formale, nessun rito di passaggio riconoscibile. L’adolescenza oggi entra nelle famiglie di lato, senza preavviso. Arriva come una sequenza di segnali: una difficoltà scolastica che non rientra, un umore che cambia e resta lì, un dialogo che si accorcia, un conflitto che smette di riguardare ciò che si fa e si sposta su come lo si dice. Quando il quadro si compone, spesso il tempo utile per intervenire è già stato consumato in parte.

È in questo scarto – tra ciò che i genitori pensano di tenere sotto controllo e ciò che in realtà sta cambiando – che cresce la domanda di strumenti. Non istruzioni rigide, ma criteri di lettura. L’adolescenza non è diventata improvvisamente più problematica: è diventata più esposta. Una scuola che valuta presto, famiglie sotto pressione continua, aspettative elevate e tempo ridotto hanno modificato il contesto in cui i ragazzi crescono. I dati registrano l’aumento del disagio, ma la questione centrale resta un’altra: la fatica degli adulti nel mantenere una funzione educativa credibile, senza oscillare tra controllo e rinuncia.

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Perché il vero lavoro educativo riguarda i genitori

Il primo nodo da chiarire riguarda il bersaglio dell’intervento educativo. Daniele Popolizio, psicologo e psicoterapeuta, presidente del Cenpis Group e della Cenpis Foundation, sposta il punto di osservazione con una formula netta: «Il target non è il figlio, il target sono i genitori». L’affetto non è in discussione. I genitori che cercano strumenti lo fanno perché vogliono migliorare se stessi per i figli. Il problema non è l’intenzione. È la competenza.

L’adolescente è impegnato in una conquista: l’autonomia. Questa conquista non avviene nel vuoto. Ha bisogno di un adulto da cui differenziarsi, non di un adulto da cui difendersi. Quando la figura genitoriale perde coerenza o credibilità, l’opposizione diventa il modo più semplice per separarsi. In molti casi, ciò che viene letto come “difficoltà” è un tentativo disordinato di costruire distanza.

La prima competenza richiesta all’adulto è la comunicazione. Non nel senso di parlare di più, ma di parlare meglio. «Un genitore che sbaglia stile di comunicazione perde almeno metà della sua efficacia». Prediche, richiami continui, spiegazioni astratte saturano il rapporto. Il conflitto si sposta dal problema alla relazione, e ogni intervento diventa scontro. Comunicare in modo funzionale significa scegliere il tempo, il linguaggio e il contesto. Significa anche sapere quando smettere di parlare e passare ai fatti.

In adolescenza, però, le parole non bastano per capire cosa stia succedendo. Pietro Castiello, psicologo e psicoterapeuta del Cenpis, insiste su un punto che i genitori sottovalutano: prendere alla lettera ciò che i figli dicono e ignorare ciò che fanno. Le frasi possono essere provocatorie, contraddittorie, persino drastiche, senza corrispondere a una reale intenzione di rottura. Il comportamento è più stabile e più informativo. Un adolescente che dichiara disinteresse ma continua a rispettare impegni e routine sta comunicando fatica, non rifiuto. Leggere solo il piano verbale espone a reazioni sproporzionate che irrigidiscono il conflitto invece di chiarirlo.

C’è poi un equivoco diffuso: confondere affetto e funzione educativa. L’affetto è la base, non lo strumento. Pensare che l’amore basti a orientare un adolescente scarica sugli adulti una frustrazione crescente. Migliorare se stessi per i figli non significa fare di più. Significa essere più competenti nel rappresentare un ruolo. Il genitore che mantiene presa non è quello che controlla, ma quello che resta riconoscibile come guida.

Autostima: perché insistere non aiuta (e quando invece orientare)

Una delle responsabilità più complesse del ruolo genitoriale è capire cosa un figlio è davvero portato a fare. Popolizio distingue con chiarezza tra attitudine e talento. Le attitudini sono diffuse, il talento è raro. «Il talento non ce l’hanno tutti». Ignorare questa distinzione espone i ragazzi a percorsi incongruenti e a un carico di aspettative difficile da sostenere.

Qui si annida uno degli errori più comuni: l’insistenza. Davanti a un rendimento scolastico deludente o a una difficoltà che persiste, il riflesso automatico è spingere. «Dire “insisti, ce la farai” quando un ragazzo non è portato è una sciocchezza che crea problemi enormi di autostima». L’insistenza non orienta, irrigidisce. Trasforma una difficoltà in una prova identitaria: se non riesco, è perché non valgo abbastanza.

L’autostima non nasce dalla perseveranza forzata, ma dall’esperienza di efficacia. Quando l’impegno produce risultati coerenti con le capacità, il ragazzo costruisce sicurezza. Quando produce solo frustrazione, interiorizza inadeguatezza. Il compito del genitore non è spingere a prescindere, ma valutare: metodo, contesto, collocazione. La scuola, oggi, rende questi nodi più visibili perché anticipa la valutazione e riduce il tempo dell’esplorazione.

Orientare non significa decidere al posto dei figli, ma evitare che restino troppo a lungo in strade inadatte. Arrivare a certe mete dipende anche dall’aver imboccato la direzione giusta in tempo. In questo processo, la comunicazione torna centrale: saper ascoltare ciò che lo studio sta segnalando, senza trasformare ogni difficoltà in una colpa. Il genitore che sa leggere vocazione, attitudine e limiti non rinuncia all’esigente: lo rende sostenibile.

Regole, limiti e conseguenze: come si forgia l’autonomia

Nel lessico educativo contemporaneo una parola è diventata scomoda: autorità. È stata sostituita da termini più rassicuranti, come accompagnamento o supporto, ma il risultato non è stato un aumento dell’autonomia. Al contrario. Popolizio usa un verbo più diretto: forgiare. Forgiare non significa dire cosa fare, ma creare le condizioni perché un ragazzo impari a reggersi sulle proprie gambe.

La differenza è netta: dire cosa fare produce dipendenza, forgiare produce competenza. L’adolescente che cresce in un ambiente iper-esplicativo impara a delegare all’adulto ogni decisione critica. Quello che cresce in un contesto con regole poche, chiare e applicate sviluppa autocontrollo. L’autorità, quando è credibile, non soffoca: struttura.

In questo quadro rientra anche il tema delle azioni punitive, spesso demonizzate. Punire non equivale a umiliare. Un’azione correttiva ha senso se serve a forgiare, non a sfogare frustrazione. «Ci sono azioni che, se inserite in un contesto chiaro, sono indispensabili». Nel mondo dello sport questo principio è evidente: chi manca agli allenamenti affronta conseguenze. Non per punizione morale, ma per responsabilizzazione. Portare questa logica nella vita quotidiana significa insegnare che ogni scelta ha un costo.

Il punto critico è la “fame”. Molti adulti lamentano ragazzi privi di motivazione, ma raramente si chiedono quanto spazio abbiano lasciato alla frustrazione produttiva. Un adolescente che ottiene tutto senza sforzo non sviluppa desiderio, sviluppa assuefazione. Forgiare l’autonomia significa accettare che il figlio attraversi momenti di disagio controllato. Evitarli sempre significa sottrargli l’occasione di crescere.

Quando aiutare è troppo: il rischio della sostituzione

Uno dei meccanismi più diffusi e meno riconosciuti è la sostituzione. Il genitore che parla al posto del figlio, che scrive alla scuola per lui, che gestisce i conflitti al suo posto agisce in nome dell’aiuto, ma produce dipendenza. La sostituzione è l’opposto dell’educazione: interviene prima che il ragazzo sperimenti il limite.

Molti comportamenti adolescenziali letti come fragilità sono il risultato di una sostituzione sistematica. Castiello osserva che spesso l’adulto confonde l’espressione emotiva con l’incapacità. Rabbia, opposizione, rifiuto verbale vengono interpretati come segnali di inadeguatezza, quando sono tentativi di affermazione. Intervenire in questi casi non protegge: esautora.

La sostituzione ha un effetto collaterale evidente. Mina la credibilità del genitore. Un adulto che interviene sempre perde ruolo. Il ragazzo impara che l’autorità è negoziabile e che le conseguenze possono essere aggirate. Questo non rafforza il legame: lo indebolisce. La sostituzione non previene il fallimento, lo anticipa.

Essere presenti non significa sostituirsi. Significa restare a fianco e intervenire solo quando la difficoltà supera le risorse del ragazzo. Dove la sostituzione diventa sistematica, l’autonomia si arresta.

Non dipendenza, gioco e modello adulto: da dove nasce la solidità

Tra i tratti che distinguono i ragazzi più solidi, ne emerge uno su tutti: la non dipendenza. È una dimensione concreta, legata alla capacità di affrontare le sfide senza rifugiarsi in compensazioni. Molte dipendenze giovanili intercettano un vuoto di autonomia, non una devianza.

Qui entra in gioco un elemento spesso sottovalutato: il gioco. Non come intrattenimento, ma come infrastruttura educativa. Il gioco condiviso nei primi anni costruisce il primo spazio di relazione tra adulto e bambino. È lì che si imparano regole, frustrazione, cooperazione. Un genitore che non ha giocato con i figli perde una parte della propria presa educativa.

Il gioco è l’embrione della relazione futura. Da lì nascono le attività condivise, poi i discorsi, poi il confronto. Saltare questa fase rende fragile ogni intervento successivo. I ragazzi ascoltano poco chi non ha condiviso nulla con loro.

Infine, il modello. I ragazzi comunicano soprattutto attraverso il comportamento. Osservano gli adulti più di quanto li ascoltino. Un genitore che chiede autocontrollo senza praticarlo perde credibilità. Rappresentare un modello non richiede perfezione, ma coerenza. Anche riconoscere i propri limiti, se autentico, rafforza la relazione. Senza modello, la comunicazione si svuota.

Essere genitori oggi

Il confronto con il passato è inevitabile. Molti adulti cresciuti in contesti più rigidi leggono l’attuale fragilità giovanile come una degenerazione. La realtà è più complessa. Il contesto è cambiato: più stimoli, più valutazioni, meno tempo, maggiore esposizione. L’errore sta nel replicare modelli non più compatibili o, al contrario, nel rinunciare a ogni struttura.

Oggi il genitore è chiamato a sviluppare competenze specifiche. L’istinto non basta. Comunicare in modo efficace, leggere i segnali, distinguere tra crisi evolutiva e difficoltà strutturale, mantenere autorevolezza senza scivolare nel controllo. «La competenza genitoriale non è naturale, è un addestramento». Pensare il contrario espone a una sensazione continua di inadeguatezza.

La psicologia, in questo quadro, non è una “psicologia del cerotto”: non serve a tamponare emergenze, ma a ripensare sistemi. L’adolescenza mette in crisi l’equilibrio familiare perché costringe l’adulto a rivedere se stesso. Il genitore efficace non è quello che evita gli errori, ma quello che li usa per ricalibrare il proprio ruolo. Migliorare se stessi per i figli è il cuore del lavoro educativo oggi.

Famiglia

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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