L’Italia non è tra le 10 nazioni più sicure al mondo (e non c’entrano solo le guerre)

Esiste un legame invisibile, ma d’acciaio, tra le culle vuote di una nazione e la sua capacità di restare sicura in un mondo che sta letteralmente cambiando pelle. La notizia che emerge dal Global Peace Index (GPI) 2026 non riguarda solo le guerre che vediamo al telegiornale: riguarda un’Europa, e un’Italia in particolare, che invecchiando rischiano di scivolare ai margini della stabilità globale.

Mentre piccoli “santuari” come l’Islanda (al primo posto dal 2008) o la Nuova Zelanda continuano a dominare la classifica della pace, l’Italia si ferma al 35esimo posto mondiale. Non è un dato isolato, ma il sintomo di quella che gli esperti chiamano la “Grande frammentazione”: il potere si sta spostando dai Paesi anziani a nuove, giovani potenze medie.

I pilastri della pace

Il rapporto è stilato dall’Institute for Economics & Peace (Iep), un centro studi indipendente con sede a Sydney. Per misurare la “temperatura” della pace in 163 nazioni, l’Istituto utilizza 23 indicatori divisi in tre domini:

  1. Conflitti in corso: guerre interne, esterne e numero di morti.
  2. Sicurezza sociale: tasso di omicidi, criminalità percepita e instabilità politica.
  3. Militarizzazione: spesa militare, import di armi e personale delle forze armate.

L’Italia è una nazione sicura al suo interno (24esimo posto per sicurezza sociale), ma scivola al 157esimo posto globale per militarizzazione. In un mondo dove la spesa militare globale è salita per il decimo anno consecutivo toccando i 2.900 miliardi di dollari, il peso della difesa è diventato un macigno per le economie più fragili.

I 10 Paesi migliori nell’Indice globale della pace 2026:

  1. Islanda
  2. Nuova Zelanda
  3. Svizzera
  4. Slovenia
  5. Irlanda
  6. Austria
  7. Portogallo
  8. Singapore
  9. Finlandia
  10. Giappone

La sfida demografica: il soffitto grigio dell’Italia

Per il nostro Paese, il dato più allarmante del Global Peace Index 2026 è la “biforcazione demografica”. L’Italia, insieme a Germania e Giappone, sta sbattendo contro un “soffitto grigio”. Entro il 2050, ci saranno più di 40 pensionati ogni 100 lavoratori. Questa non è solo una sfida per l’Inps: è una minaccia alla sicurezza nazionale. Una società che invecchia ha meno risorse per l’innovazione, un debito pubblico che diventa insostenibile e una capacità ridotta di assorbire choc esterni, come le crisi energetiche provocate dalla guerra in Iran iniziata a febbraio 2026.

Il declino economico riflette perfettamente quello demografico: nel 1995 la quota italiana nel Pil mondiale era del 3,8%; oggi è crollata al 2,2%. Mentre noi invecchiamo, l’India corre: con una popolazione giovanissima (età media sotto i 30 anni), entro il 2047 ospiterà il 20% della forza lavoro mondiale, diventando lo snodo centrale della geopolitica del futuro.

Un mondo di “nuovi nomadi”

La pace si misura anche attraverso i flussi di popolazione. Nel 2025 abbiamo raggiunto la cifra record di 117 milioni di rifugiati e sfollati. È una persona ogni 67 sul pianeta.

Questa è una demografia del conflitto: le guerre moderne “non finiscono più”. Se negli anni ’70 il 23% dei conflitti terminava con un accordo di pace, oggi accade solo nel 4% dei casi. Il risultato sono instabilità croniche che spingono masse di giovani verso nazioni più stabili, creando tensioni sociali e alimentando la polarizzazione politica che il rapporto segnala come uno dei fattori di declino della pace sociale in Occidente.

La tecnologia che accelera la morte

Ad aggravare questo quadro ci sono le nuove tecnologie. Il numero di attacchi con droni registrati è aumentato di 115 volte tra il 2018 e il 2025, con 565 diversi gruppi armati che hanno effettuato almeno un attacco con tali mezzi in quel periodo. I tempi di individuazione e attacco del bersaglio, utilizzando l’intelligenza artificiale, sono diminuiti da circa un giorno con i missili da crociera negli anni ’90 a soli cinque secondi con i sistemi di selezione autonoma utilizzati in Ucraina e Iran. Kiev, a marzo 2026, ha registrato 34.000 vittime russe in un mese, quasi tutte causate da droni.

Mentre l’Italia e l’Europa devono gestire i costi sociali di una popolazione anziana, nuove potenze medie come la Turchia (protagonista di un clamoroso miglioramento nella classifica grazie al processo di pace con il Partito dei lavoratori del Kurdistan) o gli Emirati Arabi stanno investendo massicciamente in queste tecnologie, colmando il vuoto lasciato dalle vecchie potenze coloniali.

La pace non è solo assenza di guerra

I “vincitori” della classifica ci insegnano che la sicurezza si costruisce con la coesione sociale. L’Islanda non ha un esercito, ma ha la parità di genere più alta al mondo. La Slovenia (quarto posto) e la Svizzera (terza) puntano su un forte equilibrio tra vita privata e lavoro e su istituzioni trasparenti.

Per l’Italia, il 35esimo posto è un avvertimento. La nostra sicurezza non si difende solo aumentando la spesa militare, ma rigenerando il tessuto sociale. Senza giovani e senza una crescita della produttività (ferma da decenni), la “pace positiva” – quella fatta di buone relazioni con i vicini e istituzioni solide – rischia di sgretolarsi sotto il peso di una società che smette di scommettere sul futuro.

Mondo

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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