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martedì 3 Febbraio 2026
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Nidi in crescita (ma non abbastanza): copertura al 31,6% e liste d’attesa diffuse

L’Italia ha più nidi di ieri e, insieme, più famiglie che restano fuori. Nell’anno educativo 2023/2024 i servizi attivi arrivano a 14.570 e i posti autorizzati sfiorano 378.500, in aumento rispetto all’anno precedente. Ma la fotografia che conta per chi cerca un posto non è la curva dell’offerta: è la distanza tra disponibilità e domanda, misurata ogni mattina in graduatorie, rinunce, soluzioni di ripiego. La stessa Istat registra che il 59,5% dei nidi e delle sezioni primavera ha liste d’attesa, con un salto evidente rispetto al 2021/2022.

Il paradosso si regge su due forze che tirano in direzioni opposte. Da una parte, le nascite continuano a scendere: nel 2024 i nati residenti sono 369.944, sotto quota 370mila. Dall’altra, cresce la spinta delle famiglie verso il nido, perché il lavoro femminile aumenta, perché il tempo pieno dei genitori pesa nei criteri di accesso, perché il servizio non è più percepito soltanto come custodia. In mezzo ci sono amministrazioni locali con bilanci diseguali e gestori che, anche quando potrebbero ampliare, si scontrano con il fattore più difficile da acquistare sul mercato: educatrici e personale qualificato

Tra LEP e target Ue

Il tasso di copertura nazionale – posti disponibili per 100 bambini residenti tra 0 e 2 anni – arriva a 31,6. È un dato che migliora, anche perché la popolazione di riferimento si restringe con la denatalità, ma resta sotto il 33% fissato anni fa come obiettivo europeo e assunto in Italia come Livello essenziale delle prestazioni (LEP) da garantire localmente entro il 2027. Il punto non è la differenza di pochi decimali: è la fragilità strutturale di un sistema che avanza per scarti e non per soglia, mentre a livello Ue la traiettoria è già più alta. Nel 2022 il Consiglio dell’Unione europea ha aggiornato i target “Barcellona” al 2030, indicando come riferimento una partecipazione di almeno il 45% dei bambini sotto i tre anni ai servizi di educazione e cura. In Italia, anche allargando lo sguardo oltre nidi e sezioni primavera e includendo anticipatari e una quota di altri servizi, la frequenza stimata per il 2023/2024 si ferma al 34,5: non distante dal vecchio parametro, lontana dal nuovo.

Dentro l’aumento dell’offerta c’è poi un dettaglio che orienta il futuro del settore: la crescita è trainata dal privato. Dei circa 12.500 posti aggiuntivi sull’anno precedente, quasi quattro su cinque finiscono in strutture private, mentre poco più di un quinto riguarda servizi a titolarità comunale. La composizione dell’offerta conferma che i nidi d’infanzia assorbono la quota principale, con le sezioni primavera in crescita e i servizi integrativi sostanzialmente stabili. Questo spostamento ha effetti immediati: sull’accessibilità economica, perché le tariffe e le convenzioni diventano il confine tra domanda potenziale e domanda reale; e sulla capacità pubblica di governare la qualità, che dipende da regole regionali e comunali e dalla forza contrattuale degli enti locali. Nella stessa dinamica rientra il PNRR: la misura per nidi e scuole dell’infanzia prevede la creazione di almeno 150.480 nuovi posti entro giugno 2026, dopo una revisione rispetto all’impianto originario più ambizioso. La quantità, da sola, non garantisce l’aggancio ai target se i posti non si traducono in frequenza effettiva e se restano concentrati dove l’offerta è già più alta.

La distanza non è solo tra Nord e Sud

La media nazionale nasconde un Paese spezzato. Nel Centro la copertura arriva al 40,4 posti ogni 100 bambini; nel Nord-est è 39,1, nel Nord-ovest 36,6. Sud e Isole restano sotto il 20%, con la sola eccezione della Sardegna: 19,0 nel Mezzogiorno e 19,5 nelle Isole. È una distanza che non si riduce con l’incremento generale dell’offerta perché parte da condizioni molto diverse e perché il ritmo necessario al recupero nel Sud è superiore a quello osservato. Nel frattempo, proprio nelle aree dove il nido è più raro, l’accesso si intreccia con altri indicatori di fragilità: occupazione femminile più bassa, lavoro più discontinuo, servizi sociali sotto pressione. Il nido diventa un moltiplicatore: quando c’è, sostiene il lavoro e la natalità; quando manca, rafforza l’uscita dal mercato del lavoro e irrigidisce le scelte familiari. Non serve invocare grandi teorie: basta seguire le graduatorie e la geografia delle rinunce.

C’è un secondo taglio che pesa quanto la linea Nord-Sud: quello tra capoluoghi e Comuni non capoluogo. Nei capoluoghi si registrano in media 39,8 posti ogni 100 bambini; nei Comuni fuori capoluogo 28,2. In pratica, una differenza che vale 11,6 punti e che fotografa la capacità dei centri urbani di attrarre investimenti, gestori, personale e domanda. Al Nord e al Centro, anche molti Comuni non capoluogo superano in media il 33%; nel Sud e nelle Isole accade il contrario, con capoluoghi che restano sotto quella soglia e aree interne che, spesso, non arrivano nemmeno a costruire una domanda “visibile” perché il servizio è assente o troppo distante. In queste condizioni, la programmazione si muove su un terreno ambiguo: il calo delle nascite riduce i bambini residenti e fa salire aritmeticamente la copertura, ma non crea automaticamente servizi dove non esistono, né risolve il problema del pendolarismo educativo, dei trasporti e della compatibilità tra orari di lavoro e orari del nido. È qui che l’intervento pubblico dovrebbe diventare chirurgico: non inseguire la media nazionale, ma spostare la frontiera nei territori che restano indietro, perché è lì che si gioca il diritto all’accesso e la tenuta delle comunità locali.

Liste d’attesa e domanda in crescita

Il tema non è soltanto quanti posti esistono, ma chi li paga e a quali condizioni. La spesa dei Comuni per i servizi all’infanzia, secondo Istat, cresce nel lungo periodo: da 1,037 miliardi nel 2003 a 1,751 miliardi nel 2023. Al netto delle rette pagate dalle famiglie, le risorse comunali arrivano a 1,416 miliardi nel 2023. Nello stesso anno il contributo delle famiglie aumenta più della spesa pubblica locale, segnalando che una parte del sistema continua a reggersi su una compartecipazione crescente. Poi c’è il Bonus asilo nido, che nel 2023 vale 662 milioni di euro, e una quota di contributi regionali. Sommando queste componenti, la spesa pro capite media per bambino sotto i tre anni è stimata a 1.773 euro, ma la media copre divari estremi: 520 euro in Calabria, 3.917 in Valle d’Aosta. In questo squilibrio si capisce perché il bonus, pur alleggerendo le rette, non può correggere la disuguaglianza principale: se i posti non ci sono, il trasferimento monetario resta inutilizzato o spinge verso soluzioni private costose e non sempre disponibili.

La selezione, infine, non è neutra. Le regole comunali danno priorità alla disabilità nel 89,5% dei regolamenti e, subito dopo, alla condizione lavorativa dei genitori: l’occupazione a tempo pieno di entrambi è criterio presente nell’88,2% dei casi. Il dato che spiega molte esclusioni è un altro: solo il 27,1% dei regolamenti inserisce l’Isee tra i criteri di priorità e appena il 5,3% attribuisce alle famiglie economicamente svantaggiate il punteggio massimo. In un contesto di carenza di posti (e con liste d’attesa diffuse soprattutto nel pubblico) questa impostazione sposta l’accesso verso chi è già integrato nel mercato del lavoro, mentre chi ha lavori precari, discontinui o è fuori dall’occupazione rischia di restare intrappolato.

Il quadro si complica con la crisi del personale: Istat rileva che oltre l’80% di nidi e sezioni primavera ha avuto bisogno di assumere nei due anni precedenti il 2023/2024 e che, tra questi, una quota rilevante segnala difficoltà gravi o gravissime nel reperimento di educatrici con esperienza o titolo idoneo e nella disponibilità ad accettare le condizioni contrattuali. È un vincolo che nessun finanziamento per mattoni risolve da solo: senza organici, i posti autorizzati restano sulla carta; senza condizioni di lavoro sostenibili, la rotazione diventa cronica; senza un’offerta stabile, la domanda continua a trasformarsi in lista d’attesa.

Famiglia

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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