Non chiamatela “Festa della Donna”

“Non arrendetevi ai pregiudizi, perché chi ne ha è un debole; non ascoltate chi tenterà di minimizzarvi, perché chi lo fa in fondo vi teme. Non aspettate che vi sia concesso, perché ve lo potete guadagnare senza dover dire grazie a nessuno. Siate chi siete fino in fondo, siate libere”. Con queste parole, pronunciate al Foro Italico di Roma in occasione dell’evento “Voto alle donne. La democrazia italiana compie ottant’anni”, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha voluto spronare le donne italiane a rivendicare i propri spazi e diritti.

Tuttavia, la realtà descritta da report e stime provenienti dai principali istituti di ricerca internazionali delinea un percorso ancora lungo e tortuoso verso la parità. Secondo il Global Gender Gap Report 2025 del World Economic Forum, al ritmo attuale il mondo raggiungerà la piena parità solo tra 123 anni. In questa classifica globale, l’Italia si posiziona all’85° posto su 148 Paesi analizzati ed è prima in Europa per disparità occupazionale.

In vista della Giornata internazionale della donna, abbiamo chiesto all’economista femminista Azzurra Rinaldi, direttrice Gender School of Economics e professoressa di Economia Politica all’Unitelma Sapienza di Roma, cosa fare per colmare il gap. Per l’economista il problema risiede nel mancato “riconoscimento delle donne come esseri umani al di là della maternità”. E le conseguenze pesano anche in termini economici per l’intero Paese.

L’occupazione e il paradosso dell’istruzione

A rilevare il triste primato italiano del gender gap sono i dati Eurostat, secondo i quali il nostro Paese registra il divario occupazionale di genere più alto dell’Unione europea, pari a 19,4 punti percentuali. Per avere un termine di paragone, nazioni come la Finlandia mostrano un gap quasi inesistente dello 0,7%. Questa media nazionale nasconde però un’Italia spaccata. Il Rapporto Cnel-Istat 2025 evidenzia che, mentre nel Nord lavora il 62,8% delle donne, nel Mezzogiorno la quota crolla drasticamente al 37,2%. Nelle regioni meridionali, la distanza dai tassi di occupazione maschile arriva a superare i 30 punti.

Eppure, le donne italiane investono molto più degli uomini nella propria formazione, ma con ritorni professionali inferiori. Secondo il report Istat sui livelli di istruzione 2024, il 69,4% delle donne tra i 25 e i 64 anni possiede almeno un diploma, contro il 64% degli uomini. Anche nei titoli terziari (laurea e simili) le donne prevalgono con il 25,9% rispetto al 18,7% dei colleghi maschi.

Tuttavia, questo vantaggio svanisce al momento della retribuzione: un laureato guadagna in media oltre 10.000 euro in più all’anno rispetto a una laureata (48.436 euro contro 38.061 euro). Persiste inoltre uno squilibrio nelle discipline Stem (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica): il rapporto Cnel-Istat segnala che solo il 15% delle giovani donne tra i 30 e i 34 anni ha una laurea in queste aree, contro il 36,9% degli uomini.

“Un’azienda, dovendo scegliere chi assumere, è portata a preferire un uomo perché il congedo di maternità è lungo, mentre quello di paternità è brevissimo e spesso non fruito”, ci spiega Rinaldi.

La “Child Penalty”: il costo sociale di diventare madre

In Italia, infatti, è proprio la maternità ad agire come una vera e propria sanzione economica. Le analisi di Teha Group e dell’Osservatorio permanente sul Women’s Empowerment mostrano, infatti, che la nascita di un figlio riduce il reddito delle madri del 17%, mentre l’impatto sul reddito dei padri è nullo.

Questa difficoltà di conciliazione tra lavoro e vita privata spinge molte donne fuori dal mercato del lavoro. Il Rendiconto di Genere 2025 dell’Inps riporta che 7 dimissioni su 10 riguardano le donne: nel solo 2022, circa 44.000 madri hanno lasciato l’impiego, nel 63% dei casi per impossibilità di conciliare vita e lavoro. Il peso dell’assistenza ricade quasi esclusivamente sulle spalle femminili: il 62,2% delle madri inattive non cerca lavoro per motivi familiari, contro appena il 4,8% dei padri. A peggiorare il quadro è la carenza di servizi: l’offerta di asili nido copre solo il 28,1% dei bambini, con picchi negativi in Campania (appena 13,2 posti ogni 100 bambini).

“In Campania e in Sicilia abbiamo solo 13-14 posti negli asili nido ogni 100 bambini – sottolinea Rinaldi -. Stiamo letteralmente parcheggiando le migliori risorse del Paese: le donne si laureano prima, con voti più alti e vanno meno fuori corso degli uomini, eppure il Fondo Monetario Internazionale individua nella forza lavoro femminile sottoutilizzata uno dei principali fattori di debolezza dell’Italia”.

Il soffitto di cristallo

E chi riesce a restare nel mondo del lavoro deve spesso fare i conti con la precarietà. Il Rapporto Cnel-Istat indica che quasi 2,5 milioni di donne vivono in una condizione di vulnerabilità lavorativa. Il part-time involontario (svolto perché non si è trovato un tempo pieno) colpisce il 45,5% delle occupate a orario ridotto.

Ai vertici la situazione non migliora: nonostante le quote rosa nei consigli di amministrazione (dove la presenza femminile è salita al 43,1%), le donne che ricoprono il ruolo di Amministratore Delegato sono appena il 2,9%, contro una media Ue del 7,8%. Anche tra i dirigenti privati con contratto a tempo indeterminato, la quota femminile si ferma al 21,8%.

Le disparità lavorative, infine, si trascinano fino alla vecchiaia. Il Rendiconto Inps 2025 evidenzia un gap pensionistico enorme nel settore privato, dove le donne percepiscono mediamente il 46,2% in meno rispetto agli uomini nelle pensioni di vecchiaia.

Gli strumenti per il futuro

Secondo Rinaldi, le strategie per ridurre il gap ce le insegnano, “gli amici spagnoli: bisogna partire dall’equiparazione per garanzie e per durata del congedo di paternità, rendendolo obbligatorio come quello di maternità. Purtroppo, sul nostro mercato del lavoro – ha aggiunto l’economista -, le donne scontano il fatto di possedere un utero, a prescindere dal suo utilizzo; portano in sé la potenzialità della maternità e questo, culturalmente, le colloca ai margini perché una volta che diventi madre quello diventa il tuo ruolo principale e il tuo reddito viene visto come accessorio”.

Esistono però, anche segnali di cambiamento. Il Sistema di Certificazione della Parità di Genere ha già coinvolto oltre 8.700 aziende. La stessa Inps ha ottenuto questa certificazione, diventando una delle più grandi amministrazioni pubbliche in Europa a raggiungere tale standard. Un aiuto inaspettato potrebbe arrivare dalla tecnologia: l’adozione dell’intelligenza artificiale generativa potrebbe far risparmiare 47,6 miliardi di ore di lavoro all’anno in Italia. Se queste ore venissero ridistribuite equamente, si potrebbe finalmente liberare tempo per una reale condivisione dei carichi di cura e per una crescita professionale senza barriere di genere.

“Se lavorassero tutti – ha concluso l’economista -, avremmo un gettito fiscale maggiore per finanziare servizi e infrastrutture, risolvendo tantissimi problemi. Oggi c’è una responsabilità dei privati, con molte aziende che disinvestono nell’equità di genere seguendo correnti “anti-woke”, ma pesa moltissimo l’assenza del pubblico. Vedere un governo che affossa il congedo paritario, vuole eliminare le consigliere di parità e trasforma la legge sul consenso è tutto incredibilmente coerente con una visione limitata delle donne e dei loro diritti”.

Welfare

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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