Omicidio Moriconi, “Meglio un figlio morto che gay”: perché i genitori non accettano l’omosessualità?

“Brutto pensare che un padre ti preferisca morto che gay”. Così, quattro anni fa, Mirko Moriconi si sfogava sui social.

Ieri Piero Moriconi, 63 anni ha ucciso il figlio, 24 anni, e sua madre Kety Andreoni, 52 anni, che aveva provato a difendere il ragazzo. I due sono stati uccisi con un fucile da caccia nella loro casa sulle colline di Camaiore, in provincia Lucca. Secondo il racconto di parenti e vicini, dopo il duplice omicidio, Piero Moriconi avrebbe detto: “Mi sono liberato di loro”.

Il figlio lottava da tempo con problemi di alcol e tossicodipendenza, una situazione che aveva generato una forte instabilità e pesanti disagi economici nella famiglia. Moriconi ha dichiarato agli inquirenti di aver agito perché Mirko lo picchiava e pretendeva continuamente soldi, mentre la moglie aveva minacciato di lasciarlo.

Ora le indagini ricostruiranno la dinamica esatta e il movente della tragedia. Intanto, il post condiviso dal ragazzo omosessuale pone una domanda: come si arriva a non riconoscere più il proprio figlio in quanto tale? Quali sono le cause che portano un genitore a preferire un figlio morto a un figlio gay? Ecco cosa dice la scienza.

Tutte le forme del rifiuto verso i figli Lgbtq+

Prima di arrivare alla violenza, c’è sempre qualcos’altro. La ricerca scientifica sul tema — a partire dal lavoro del Family Acceptance Project (Fap) della San Francisco State University, il programma di ricerca più sistematico disponibile su questo specifico problema — ha identificato e classificato più di cinquanta comportamenti familiari negativi legati all’orientamento sessuale di un figlio. Vanno dall’esclusione fisica dal nucleo domestico ai tentativi di modificare l’identità del ragazzo, dalla comunicazione della notizia ad altri senza consenso al silenzio prolungato che equivale a una cancellazione di quella persona dai propri radar. Un esempio noto è quello di Elon Musk, che in un’intervista del 2024 parlava della figlia transgender Vivian Jenna Wilson come di una persona “morta, uccisa dal virus della mente woke”.

Anche i comportamenti passivi producono effetti misurabili.

I dati del Family Acceptance Project sono tra i più robusti disponibili in questo campo. Secondo uno studio del programma, i giovani Lgbtq+ che avevano subito alti livelli di rifiuto familiare durante l’adolescenza hanno registrato una probabilità di tentare il suicidio 8,4 volte maggiore rispetto ai coetanei eterosessuali e una probabilità di riportare livelli elevati di depressione 5,9 volte più alta.

Non sono numeri che provengono da casi estremi, ma da famiglie “normali” che, nella maggior parte dei casi, credono di agire per il bene del figlio secondo i propri valori, la propria fede, la propria idea di cosa sia bene.

Perché i genitori rifiutano i figli omosessuali

Sarebbe comodo ridurre il problema a un’unica causa, ma non è così. Il rifiuto familiare dell’omosessualità di un figlio è prodotto da fattori diversi, che si combinano in modi diversi a seconda del contesto. Distinguerli è necessario per capire il fenomeno senza semplificarlo.

Il primo fattore è la religiosità rigida. Non la fede in sé — la letteratura scientifica è chiara su questo punto — ma un uso specifico della religione: letteralista, normativo, orientato alla conformità. Quando i testi sacri vengono letti come prescrizioni immutabili sul comportamento sessuale, e quando la comunità religiosa di appartenenza condivide e rinforza questa lettura, l’omosessualità di un figlio viene intesa come una trasgressione non solo personale ma anche spirituale e comunitaria. Questa posizione è documentata non è un problema di una religione specifica, ma accomuna gran parte delle religioni.

Il secondo fattore è la struttura dei valori autoritari. Chi privilegia l’obbedienza, la conformità alle norme e l’ordine gerarchico tende a percepire l’omosessualità come una deviazione inaccettabile, non necessariamente per ragioni teologiche, ma perché mette in discussione un ordine percepito come naturale e necessario. Questa correlazione è documentata da decenni di ricerca in psicologia sociale, a partire dagli studi sul right-wing authoritarianism (“La scala di autoritarismo di destra) di Bob Altemeyer.

Il terzo fattore è la paura dello stigma. Molti genitori non odiano il proprio figlio omosessuale, ma hanno paura del giudizio del proprio gruppo di riferimento. In alcuni contesti (religiosi, etnici, di classe) avere un figlio omosessuale significa esporsi a una forma di esclusione sociale. Il rifiuto del figlio può essere, paradossalmente, un tentativo di proteggere la posizione familiare all’interno di una comunità.

Il quarto fattore è strettamente collegato al precedente ed è quello che la ricerca chiama cultura dell’onore: un sistema di valori in cui la reputazione familiare è una risorsa collettiva, e in cui determinati comportamenti, tra cui quelli sessuali, possono essere percepiti come una minaccia a quell’onore. Uno studio multinazionale (Lowe, Khan e altri) ha esplorato le percezioni della violenza antigay “per onore” in culture collettiviste, quali India, Iran, Malaysia, Pakistan e comunità britanniche di origine asiatica. I ricercatori hanno rilevato che il collettivismo culturale è associato a una maggiore accettazione della violenza quando essa viene compiuta in nome dell’onore familiare, e che l’omosessualità è percepita come disonorevole in modo specifico. Il dato va trattato con cautela, perché si tratta di uno studio esplorativo (non rappresentativo di intere popolazioni), ma il concetto che descrive va oltre le culture analizzate.

C’è infine un fattore psicologico più intimo, che la ricerca qualitativa descrive come un processo di lutto. Ogni genitore costruisce, prima ancora che il figlio nasca, un’immagine di chi sarà, una traiettoria del suo futuro. Quando il figlio reale si discosta da quella traiettoria, per il genitore è come rinunciare a qualcosa di sé. In alcuni casi questa perdita viene elaborata, in altri produce blocco, negazione, rabbia incontrollata fino a provocare la tragedia familiare.

Il problema non è solo ideologico, ma cognitivo

Uno degli studi più rigorosi disponibili sul tema dell’accettazione parentale è quello condotto da Dani Rosenkrantz e colleghi all’Università del Kentucky, pubblicato nel 2019. La ricerca, basata su un campione di 663 genitori di figli Lgbt che avevano risposto a un questionario online, ha i fattori che predicono l’accettazione parentale. I risultati mostrano che un minor fondamentalismo religioso, una maggiore flessibilità cognitiva, intesa come capacità di adattare il proprio sistema di pensiero a nuove informazioni, e un più alto senso del ruolo genitoriale come sacro e significativo erano associati in modo statisticamente significativo a livelli più alti di accettazione. Lo studio ha rilevato come le madri siano mediamente più predisposte ad accettare l’omosessualità del figlio, come successo nel caso di Mirko Moriconi.

Il dato sulla flessibilità cognitiva è particolarmente interessante perché suggerisce che il problema non è solo ideologico, ma anche cognitivo. I genitori che riescono ad accettare un figlio Lgbtq+ non sono necessariamente quelli che non hanno valori religiosi, ma quelli che sono in grado di tenere insieme quei valori con una realtà inaspettata.

Va segnalato che il campione di questo studio è auto-selezionato — genitori che hanno risposto volontariamente a un questionario e che questo può introdurre una distorsione verso famiglie già più elaborate nel loro percorso. Il modello quantitativo è tuttavia robusto e coerente con la letteratura precedente.

L’omofobia nel mondo

L’accettazione dell’omosessualità sta aumentando in molte parti del mondo, ma il ritmo e la distribuzione geografica di questo cambiamento sono estremamente diseguali.

Nel 2019, il Pew Research Center ha condotto nel 2019 un’indagine in 34 Paesi su 38.426 persone, chiedendo se l’omosessualità debba essere accettata dalla società.
Pur documentando un aumento dell’accettazione rispetto all’indagine precedente del 2013 in diversi Paesi, i risultati confermano una frattura netta legata a tre fattori principali: sviluppo economico, contesto religioso e area geografica.

Nei paesi dell’Europa settentrionale e occidentale con Pil pro capite elevato, come Svezia, Paesi Bassi e Germania, l’accettazione è tra le più alte rilevate. Al contrario, in Paesi come Nigeria, Kenya e Ucraina, con Pil pro era inferiore ai 10.000 dollari, meno di due persone su dieci ritengono che l’omosessualità debba essere accettata.

Il fattore generazionale

Il fattore generazionale è altrettanto rilevante. In 21 dei 32 Paesi inclusi in un altro studio Pew del 2023, gli adulti sotto i 35 anni sono più favorevoli al matrimonio omosessuale rispetto alle generazioni più anziane. Il divario è particolarmente marcato a Taiwan, dove il 75% dei giovani sotto i 35 anni si dichiara favorevole, contro circa un terzo degli adulti più anziani. Pew Research Center

Questo dato suggerisce che il cambiamento è reale e in corso, ma che in molte famiglie, la distanza tra la generazione dei figli e quella dei genitori può essere, proprio oggi, più ampia che in passato.

Le ricadute sui figli

I ragazzi e le ragazze Lgbtq+ che crescono in famiglie non accettanti mostrano tassi significativamente più alti di depressione, ansia, bassa autostima e ideazione suicidaria rispetto ai coetanei eterosessuali e rispetto ai coetanei Lgbtq+ che crescono in famiglie che accettano la loro sessualità.

Oltre alla salute mentale, il rifiuto produce spesso conseguenze materiali: allontanamento da casa, ingresso in circuiti di accoglienza o di strada, perdita di reti di supporto. Il Family Acceptance Project ha sviluppato il proprio modello d’intervento proprio per ridurre il rischio che i giovani Lgbtq+ finiscano per strada, coinvolgendo le famiglie, incluse quelle con forti convinzioni religiose, come agenti attivi nella riduzione del rischio.

C’è poi una conseguenza meno misurabile, ma forse la più duratura: la perdita di fiducia nella famiglia come luogo sicuro. Per molti ragazzi, il coming out è un atto di fiducia. Il rifiuto trasforma quella fiducia in una ferita che accompagna l’intero sviluppo dell’identità adulta.

Famiglia

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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