10 C
Comune di Massa
martedì 10 Febbraio 2026
Segnala a Zazoom - Blog Directory
spot_img

Perché il ritmo calma i neonati (e perché viene prima della melodia)

Arrivano al mondo senza sapere dove mettere le mani, senza riuscire a controllare un movimento, senza distinguere un volto dall’altro. Eppure il cervello, fin dai primissimi giorni, mostra di sapersi orientare dentro una sequenza ritmica. Non si limita ad ascoltare un suono dopo l’altro, ma ne riconosce la cadenza, ne anticipa l’andamento, reagisce quando qualcosa si spezza. Il ritmo, prima del linguaggio e prima della melodia, sembra essere una delle prime competenze operative.

La conferma arriva da una ricerca che ha scelto di osservare i neonati mentre dormono, lasciando che sia l’attività cerebrale a raccontare cosa accade. Nessun repertorio infantile, nessun suono semplificato. Solo Bach, con le sue strutture complesse e regolari, fatto ascoltare a bambini di pochi giorni. Quando la sequenza ritmica cambia in modo inatteso, il cervello reagisce. Quando a cambiare è la melodia, no. È una risposta che incuriosisce perché indica una gerarchia precisa: il ritmo viene prima.

Nascere già sensibili al ritmo

Lo studio, pubblicato su Plos Biology e coordinato da Roberta Bianco dell’Istituto Italiano di Tecnologia, affronta una domanda che riguarda da vicino anche i genitori: i bambini imparano il ritmo ascoltando il mondo o lo portano con sé fin dall’inizio? Per rispondere, i ricercatori hanno scelto di non osservare comportamenti, ma di misurare direttamente l’attività del cervello.

Quarantanove neonati, tutti di pochissimi giorni, ascoltano durante il sonno una selezione di composizioni per pianoforte di Johann Sebastian Bach. Alcuni brani mantengono una struttura regolare; altri vengono alterati introducendo cambiamenti improvvisi nella cadenza ritmica o nella tonalità. Attraverso l’elettroencefalografia, gli scienziati rilevano le risposte neurali associate alla sorpresa, cioè il segnale che indica che il cervello si aspettava qualcosa di diverso.

Quando la sequenza ritmica viene interrotta o modificata in modo inatteso, l’attività cerebrale dei neonati cambia in maniera riconoscibile. È il segnale che quella cadenza era stata interiorizzata e prevista. Quando invece la variazione riguarda la melodia, questa risposta non compare. Il cervello segue la pulsazione, non ancora il disegno melodico.

Sanremo, la musica fa bene anche in gravidanza. Cosa è meglio ascoltare

Per chi è genitore, il dato è meno astratto di quanto sembri. Indica che il neonato non vive immerso in un flusso indistinto di suoni, ma è già in grado di cogliere regolarità, ripetizioni, cadenze. Il ritmo funziona come una struttura primaria, una sorta di appiglio sensoriale che organizza l’esperienza uditiva.

Questa capacità non nasce dall’esposizione culturale. Studi precedenti avevano osservato risposte simili in primati non umani, ma mai in soggetti così giovani. Qui l’apprendimento è minimo, e proprio per questo il dato suggerisce che il ritmo faccia parte del patrimonio biologico iniziale, su cui si costruiranno più avanti il linguaggio, il movimento coordinato, l’interazione sociale.

Prima della nascita

Se un neonato riconosce e anticipa una cadenza ritmica, è difficile pensare che tutto inizi dopo il parto. La ricerca indica che il rapporto con il ritmo prende forma già durante la gestazione, quando il feto è immerso in un ambiente fatto di ripetizioni costanti: il battito cardiaco materno, il respiro, il passo, la voce.

Intorno alla trentacinquesima settimana di gravidanza, i feti mostrano variazioni della frequenza cardiaca e dei movimenti in risposta alla musica. Ma più che la melodia, ciò che li raggiunge è la componente ritmica. Le vibrazioni attraversano i tessuti, si propagano nel liquido amniotico e coinvolgono il corpo in modo diffuso. Prima ancora dell’orecchio, è il corpo intero a percepire la scansione.

Uno studio dell’Istituto di Scienze Comportamentali di Helsinki ha mostrato che la musica ascoltata nel terzo trimestre di gravidanza lascia tracce neurali persistenti. Dopo la nascita, i neonati esposti a quegli stimoli mostrano risposte cerebrali specifiche quando li riascoltano, insieme a una maggiore capacità di calmarsi. È un effetto che rimanda proprio alla familiarità con una struttura ritmica già incontrata.

In una fase di estrema plasticità neuronale, in cui le connessioni si moltiplicano rapidamente, la ripetizione e la coerenza degli stimoli giocano un ruolo decisivo. Il ritmo, più della melodia, offre una cornice stabile, riconoscibile, che il cervello può utilizzare per orientarsi.

In questa prospettiva si inserisce anche il lavoro di Emiliano Toso, biologo molecolare e musicista, che esplora il rapporto tra vibrazione sonora e ritmi fisiologici. Il progetto di Translational Music utilizza strumenti acustici accordati a 432 Hz, con l’obiettivo di generare armonici regolari e continui. Durante la gestazione, un ambiente sonoro caratterizzato da cadenze stabili può contribuire a ridurre lo stress materno, riflettendosi sull’equilibrio dell’ambiente intrauterino. Non come intervento clinico, ma come parte di un contesto sensoriale in cui il ritmo diventa una presenza costante. Nei primi mille giorni, dal concepimento ai due anni, questa continuità assume un peso particolare, perché coincide con una fase di rapida costruzione delle reti neurali.

Dopo la nascita

Con la nascita, il bambino passa da un ambiente scandito da ritmi interni a un mondo molto più irregolare. Tuttavia, il cervello non perde quei riferimenti. Le competenze ritmiche osservate nei primi giorni suggeriscono una continuità tra prima e dopo, in cui la cadenza resta un elemento organizzativo centrale.

La ricerca sullo sviluppo infantile mostra che la regolarità ritmica è strettamente legata alla regolazione emotiva. Suoni ripetitivi e prevedibili aiutano a stabilizzare il respiro, il battito cardiaco, gli stati di veglia e sonno. È uno dei motivi per cui certi dondolii, filastrocche o musiche con una pulsazione costante risultano efficaci nel calmare un neonato.

Qui entra in gioco la memoria implicita. Quando un bambino riascolta strutture ritmiche già presenti durante la gestazione, spesso reagisce con una diminuzione dell’attivazione. Non perché riconosca un brano, ma perché ritrova una cadenza familiare. È una risposta corporea prima che cognitiva.

Questa continuità ha effetti concreti nella quotidianità dei genitori. Può facilitare l’addormentamento, rendere meno faticosi i momenti di transizione, offrire un riferimento stabile in situazioni di sovrastimolazione. Non elimina le difficoltà, ma introduce una regolarità che il bambino sa utilizzare.

Anche la dimensione relazionale risente del ritmo. Le ricerche sull’epigenetica mostrano come lo stress cronico dei genitori possa influenzare l’ambiente in cui il bambino cresce. In questo quadro, il ritmo condiviso – fatto di suoni, gesti, routine – diventa una forma di regolazione reciproca.

Il quadro che emerge è lineare. Il ritmo è una dotazione biologica di partenza, una struttura che precede la melodia e l’apprendimento formale. È su questa base che si costruiranno, nel tempo, linguaggio, movimento e relazione. Un neonato che anticipa una cadenza non sta facendo musica. Sta trovando un ordine nel suono. Ed è forse da qui che nasce quella sensazione, comune a molti genitori, che certi ritmi funzionino prima ancora di essere spiegati.

 

Famiglia

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

spot_img

Notizie correlate

Comune di Massa
nubi sparse
10 ° C
10 °
10 °
93 %
0.5kmh
75 %
Mar
10 °
Mer
13 °
Gio
13 °
Ven
13 °
Sab
12 °

Ultimi articoli

SEGUICI SUI SOCIAL

VIDEO NEWS