Perché in Italia solo il 15% dei sindaci è donna?

Nella primavera del 1946, l’Italia usciva dalle macerie della guerra con un respiro nuovo. Fu l’anno del primo, storico esercizio del voto universale, un momento in cui il diritto di scegliere e di essere scelte trasformò il volto della nazione. In quel debutto democratico, il coraggio di alcune donne pioniere – Margherita, Ninetta, Ada, Ottavia, Elena e Lydia – aprì un sentiero che allora appariva stretto e quasi impraticabile. Ottant’anni dopo, quel cammino è diventato un viale percorso da migliaia di amministratrici, eppure la vetta del potere locale resta una cima difficile da espugnare: oggi, la guida dei comuni italiani rimane una prerogativa ancora fortemente maschile.

Quante sindache in Italia?

I dati del Dossier dell’Associazione nazionale comuni italiani 2026 e le rilevazioni del Ministero dell’Interno offrono uno spaccato impietoso sulla distribuzione del potere. La partecipazione femminile complessiva nelle cariche locali è cresciuta, ma la sua incidenza diminuisce drasticamente man mano che si sale verso le cariche apicali.

Su un totale di 125.910 amministratori locali, le donne sono 44.402, pari al 35,3%. Tuttavia, analizzando i singoli ruoli, emerge quello che i sociologi definiscono “soffitto di cristallo”:

  • Sindaci: le donne sono appena 1.187 su 7.732, ovvero il 15,4%. Oltre otto comuni su dieci sono guidati da un uomo.
  • Vicesindaci: la quota sale al 32,3%.
  • Assessori: è il ruolo più vicino all’equilibrio, con il 44,5% di presenza femminile.
  • Consiglieri: la percentuale si attesta al 35,3%.
  • Presidenti del Consiglio comunale: le donne ricoprono questo incarico solo nel 29,6% dei casi.

Questo squilibrio appare ancora più paradossale se confrontato con la struttura tecnica dei Municipi: le donne rappresentano infatti il 58% degli oltre 321mila dipendenti stabili. Non solo: il 56,2% dei segretari comunali è donna, e la presenza femminile tra i dirigenti è cresciuta fino al 39,1%. In sintesi, le donne gestiscono la macchina amministrativa, ma raramente ne tengono il volante politico.

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Le cause del divario: perché la vetta è lontana?

Il gap del 15% non è frutto del caso, ma di una serie di barriere strutturali e culturali che agiscono come un freno a mano sulla leadership femminile. Il primo ostacolo si presenta prima ancora del voto. Solo il 25% dei candidati alla carica di sindaco è donna. Se i partiti e le coalizioni continuano a puntare su profili maschili per il ruolo di leader, la probabilità statistica di eleggere una sindaca rimane drasticamente bassa.

Un secondo ostacolo riguarda le leggi introdotte per favorire l’equilibrio, come la doppia preferenza di genere e le quote nelle giunte, che hanno avuto un impatto positivo sugli organi collegiali (consigli e giunte), ma che faticano a intaccare le cariche monocratiche. Nei comuni sopra i 3.000 abitanti, le assessore sono il 46,8%, superando il minimo di legge, ma questo non si traduce automaticamente in una maggiore probabilità di diventare sindaco.

Le amministratrici italiane, inoltre, sono mediamente più giovani (49 anni contro i 52 degli uomini) e più istruite (il 49% ha una laurea contro il 34% dei colleghi). Tuttavia, i dati mostrano che, storicamente, gli uomini tendono a restare molto più a lungo in posizioni di leadership o a ricoprirle in età più avanzata: dopo i 60 anni, la rappresentanza femminile crolla, mentre quella maschile rimane dominante.

Infine, esiste ancora una tendenza culturale a confinare le donne in ambiti legati alla “cura”. Nei capoluoghi, il 23,7% delle deleghe femminili riguarda “casa, famiglia, scuola e politiche sociali”. Spesso la delega alle Pari Opportunità è accostata al welfare e alle fragilità, anziché essere vista come una leva strategica di governo.

La sindaca Salis in aula contro gli insulti sessisti: “A un uomo incapace, a una donna putt***”

Una geografia della rappresentanza

Il divario di genere riflette anche le storiche fratture territoriali del Paese. La presenza femminile è più marcata nelle regioni del Nord-Est (37,9%) e del Centro (36,4%), mentre scende al 32,9% nel Sud e nelle Isole. Da un lato, abbiamo esempi positivi come il Friuli-Venezia Giulia che conquista il titolo di regione più “rosa” con il 41% di amministratrici, seguita dall’Emilia-Romagna (40%). La provincia di Pordenone detiene il primato nazionale con il 43%. Dall’altro, il Molise registra la quota più bassa (28%). La “maglia nera” spetta alla provincia di Benevento, dove solo il 26% degli amministratori è donna: qui, quasi tre rappresentanti su quattro sono uomini.

Uno sguardo storico: il bicchiere mezzo pieno

Nonostante le difficoltà, la prospettiva di lungo periodo offre segnali di speranza. Nel 1986, le sindache in Italia erano appena 145; in quarant’anni il loro numero è cresciuto di oltre 8 volte. Inoltre, ben il 43,9% dei comuni italiani ha avuto almeno una donna al vertice nel proprio passato recente. Solo nell’ultima tornata elettorale del 2025, 30 nuovi comuni sono stati amministrati per la prima volta da una donna.

Esempi virtuosi iniziano a punteggiare la penisola: da Monteleone Rocca Doria, che vanta una giunta interamente femminile, alle grandi metropoli come Milano e Roma, dove la metà degli assessori è ormai donna. La sindaca più giovane d’Italia, Maria Vittoria Rusca, eletta a 25 anni nel 2025, incarna una nuova generazione pronta a rompere gli schemi.

In altre parole, la strada è tracciata, ma la vera meta sarà raggiunta solo quando indossare la fascia tricolore sarà, per una donna, una naturale conseguenza del proprio talento e non più un’eccezione statistica.

Welfare

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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