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Psicologo a scuola nel Lazio, c’è la legge: si parte nel 2026-2027

Nelle scuole del Lazio lo psicologo, fin qui, è stato spesso una variabile: uno sportello finanziato da un avviso, un progetto agganciato a risorse europee, un servizio nato perché un dirigente ha insistito e qualcun altro no. Il Consiglio regionale ha provato a togliere quell’incertezza dall’equazione approvando all’unanimità la legge che istituisce il Servizio di psicologia scolastica, con l’idea di renderlo stabile e non episodico.

La differenza, però, non sta nello slogan “più ascolto”: sta nel disegno operativo. Il servizio non è pensato solo per lo studente che bussa alla porta, ma come leva di comunità scolastica: famiglie, docenti, personale ATA, governance territoriale e raccordo con i servizi. E soprattutto come risposta modulata sul bisogno, non come presidio uguale per tutti. “Non deve essere un presidio con un operatore presente in modo quasi fisso: deve essere una risposta calibrata sul fabbisogno”, spiega a Demografica | Adnkronos il consigliere regionale del Lazio e primo firmatario Cosmo Mitrano, indicando come obiettivo l’avvio nell’anno scolastico 2026-2027, dopo la fase attuativa in Giunta e nelle direzioni. Sullo sfondo, mentre la Regione mette a terra il proprio modello, a Roma la macchina nazionale si muove: oggi 5 febbraio, in Conferenza Unificata, è all’ordine del giorno l’intesa sul decreto che deve definire le modalità del “servizio di sostegno psicologico” previsto dalla legge di bilancio.

Psicologo scolastico, tra limiti e possibilità: “Una figura chiave per il disagio giovanile”

Cosa cambia con il Servizio di psicologia scolastica

La legge laziale parte da una presa d’atto che nel testo della proposta è scritta senza giri: senza una norma, lo psicologo a scuola resta appeso a protocolli e accordi di varia natura, quindi alla disponibilità locale e alle contingenze. Qui, invece, il Servizio viene definito come “insieme coerente di attività psicologiche, integrate e coordinate”, calibrate sulle problematiche proprie del mondo scolastico.

Non è un dettaglio: è il passaggio da intervento “a sportello” a funzione di sistema. I destinatari non sono solo studenti e studentesse ma anche genitori, insegnanti, dirigenti e personale amministrativo, tecnico e ausiliario.

Le attività elencate mettono insieme ascolto e orientamento, competenze relazionali, contrasto a bullismo e cyberbullismo, prevenzione delle dipendenze e della dispersione, ma soprattutto aprono due cantieri spesso trascurati: il supporto agli adulti che reggono la classe e il lavoro con le famiglie sulle competenze genitoriali e sulla corresponsabilità educativa. È un’impostazione che avvicina la scuola a un pezzo di welfare: non terapia, ma presa in carico precoce del disagio e riduzione dei costi sociali che arrivano dopo, quando il problema è già cronicizzato. Nella relazione tecnica allegata al parere della Commissione Bilancio, il punto viene fissato in modo esplicito: lo psicologo scolastico “non è terapeutico, ma educativo e relazionale”, con funzioni di prevenzione e promozione del benessere per l’intera comunità educativa.

Un servizio “a rete”, non a sportello

La struttura operativa poggia su una scelta precisa: organizzare il servizio per ambiti territoriali e attivarlo attraverso convenzioni tra istituzioni scolastiche dello stesso ambito e psicologi iscritti all’Ordine, selezionati con procedure ad evidenza pubblica. È qui che l’impianto si gioca la credibilità: l’ambito deve essere abbastanza grande da garantire flessibilità e continuità, ma non così ampio da trasformare la presa in carico in una lista d’attesa.

L’altra variabile è l’autonomia scolastica, richiamata nella legge: ogni istituzione può attivare il servizio “nel rispetto della propria autonomia”. Tradotto: la Regione disciplina, finanzia e costruisce cornici; la domanda effettiva passa dalle scuole e dalle reti di scuole, che devono essere messe in condizione di usare lo strumento senza trasformarlo in adempimento. Su questo il consigliere regionale Cosmo Mitrano insiste con un argomento pratico, non ideologico: un modello rigido “per ogni scuola” rischia di sprecare ore dove non servono e di lasciare scoperti i casi più complessi dove il bisogno è concentrato.

La legge stessa rimanda una parte decisiva a un regolamento regionale che dovrà definire ambiti, linee guida, percentuali di contributo, importi massimi, modalità di monitoraggio e persino una fase sperimentale fino a tre anni con valutazione di efficacia. Se il regolamento si limiterà a tradurre in burocrazia un servizio di ascolto “a calendario”, l’effetto sarà minimo; se invece costruirà criteri per far muovere psicologi e scuole come rete, l’impianto reggerà anche con risorse iniziali limitate.

Quante ore, quanti istituti, quali priorità

Sul finanziamento, la versione depositata nel 2023 indicava una copertura da 800 mila euro nel triennio 2023-2025. Il passaggio in Commissione Bilancio ha però riscritto la norma finanziaria spostando l’asse sulle annualità in cui il servizio dovrebbe entrare davvero in operatività: 400 mila euro per il 2026 e 750 mila per il 2027, con possibilità di rifinanziamento negli anni successivi e con l’apertura al concorso delle risorse FSE+ 2021-2027. È un cambio che, di fatto, lega la misura alla fase attuativa e alla capacità della Regione di costruire criteri e procedure utilizzabili dalle scuole, più che all’annuncio di principio.

La relazione tecnica accompagna questo passaggio con un tentativo di quantificazione della “capacità” del servizio, ma lo fa dentro un’impostazione che fotografa un modello ancora in assestamento e che, soprattutto, non tiene pienamente conto della logica per ambiti territoriali. Il punto non è fissare ex ante un pacchetto uguale per tutti, ma capire come le risorse verranno trasformate in interventi effettivi: quanto sarà assorbito dal funzionamento delle reti di scuole, quali forme di coordinamento verranno previste, come si gestiranno picchi di domanda e urgenze senza creare nuove attese o vuoti operativi.

Qui si innesta una conseguenza immediata: il servizio dovrà avere criteri trasparenti di priorità e di distribuzione delle risorse, altrimenti la domanda si concentrerà dove il disagio è più visibile e dove le famiglie sono più attrezzate a chiedere, lasciando ai margini proprio le aree in cui il disagio resta non detto. L’emendamento che introduce una clausola di valutazione annuale sugli effetti finanziari non è un orpello: obbliga la Giunta a portare in Consiglio obiettivi programmati, risorse impiegate e platea dei beneficiari. In pratica, mette un punto di controllo sulla distanza tra spesa e copertura, e può diventare la base per rifinanziare (o correggere) prima che il servizio venga misurato solo dal numero di sportelli aperti.

Come si incastra la legge del Lazio con il fondo nazionale

Nel parere tecnico viene ricordato che altre Regioni hanno già disciplinato il servizio (Marche, Abruzzo, Piemonte, Campania). Ma il nodo che interessa il Lazio adesso è l’allineamento con la traiettoria nazionale: la legge di bilancio ha istituito un Fondo per il “servizio di sostegno psicologico in favore degli studenti” da 10 milioni nel 2025 e 18,5 milioni annui dal 2026, e prevede un decreto attuativo concordato in Conferenza Unificata per stabilire modalità di erogazione, raccordo con la rete territoriale e criteri di utilizzo del Fondo, includendo anche “percorsi di educazione all’affettività”.

Questo passaggio porta la questione fuori dalla sola dimensione scolastica e la mette nel campo del welfare locale: consultori, servizi socio-sanitari, assistenza territoriale, capacità di intercettare “situazioni familiari, personali o di contesto” che producono disagio. La legge laziale, da parte sua, prevede il coordinamento con i servizi socio-sanitari territoriali e richiama la cornice della legge 328/2000 sul sistema integrato di interventi e servizi sociali.

Qui si aprono due questioni operative che faranno la differenza: la gestione del consenso e della privacy quando si lavora con minorenni, e la capacità di non scaricare sulla scuola ciò che è clinico o sociale. La norma prevede esplicitamente il rispetto della protezione dei dati personali “con particolare riferimento” agli studenti minorenni e indica che, se emergono difficoltà che richiedono terapie specifiche, il servizio deve fare riferimento ai servizi specialistici territoriali.

In un quadro in cui, secondo la relazione tecnica, durante e dopo la pandemia il servizio è stato attivato da circa il 75% degli istituti a livello nazionale e si parla di “circa 6 mila scuole su 8 mila” secondo una rilevazione del Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi citata nel documento, il punto non è replicare ciò che già esiste: è mettere regole, reti e qualità dove oggi ci sono esperienze disomogenee, spesso lasciate alla buona volontà locale, e farle reggere anche quando il disagio passa da cyberbullismo a disturbi alimentari, fino alle fratture più intime che attraversano relazioni, affettività e sessualità in età adolescenziale, terreno su cui la scuola finisce comunque per essere il primo presidio chiamato a rispondere.

Welfare

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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