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Anno giudiziario, presidente della Corte d’Appello di Roma: “Toghe mai così vulnerabili”

(Adnkronos) – “Il ruolo delle corti e dei giudici è più che mai centrale e determinante, e tuttavia mai come oggi le corti appaiono fragili e vulnerabili, esposte alle censure di un senso comune che le descrive come una minaccia e una trappola per l’esercizio dei pubblici poteri, invece che come un insostituibile regolatore della complessità sociale”. Così il presidente della Corte di Appello di Roma Giuseppe Meliadò nella relazione in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario.  

“Il Paese si sta dividendo in questi giorni sui temi della giustizia, ma i problemi veri della giustizia hanno altre coordinate, non riguardano il modello di magistrato, che la Costituzione ha voluto indipendente, senza timori e senza speranze e che tale dovrebbe restare, ma interpellano chi governa il Paese su come assicurare un servizio giustizia efficiente, perché solo attraverso un servizio efficiente si può garantire la credibilità delle istituzioni e la fiducia verso la magistratura”, sottolinea. 

“A Roma – continua – un numero sparuto di magistrati contrasta una criminalità dilagante e migliaia di processi saranno a rischio se non interverranno seri provvedimenti organizzativi per rafforzare la magistratura del distretto, in modo che la stessa possa contribuire a rendere il rischio penale un reale deterrente per una criminalità che, nelle più svariate forme, sempre più si espande a Roma e nel Lazio”. 

“Nulla rappresenta meglio la realtà criminale del territorio della situazione dell’ufficio gip/gup di Roma presso il quale, lo scorso anno, sono affluiti 254 procedimenti in materia di criminalità organizzata, quasi uno al giorno, festivi esclusi, dei quali ben 27 con oltre 30 imputati, con un aumento nel biennio del 30%, e 144 con un numero di imputati ricompreso fra 11 e 30, con un aumento del 10,8%. Con il dato della criminalità organizzata, che si conferma – ha sottolineato – presente nella città di Roma, ma anche nei circondari di Velletri, Latina, Frosinone e Cassino, si intrecciano i reati in materia di stupefacenti, che meritano una particolare menzione per la qualità del fenomeno criminale e per le forme del tutto nuove con cui si realizzano. Per come confermano le più recenti investigazioni, Roma è assediata dal traffico della droga e, attraverso il traffico degli stupefacenti, è assediata dalla criminalità”. 

“Il disagio è nato e si rafforza ogni momento perché il dialogo è stato solo promesso, ma è rimasto lettera morta. Lo sforzo è stato solo quello di arrivare alla approvazione della riforma, con testo bloccato, senza intoppi e nel più breve tempo possibile. Tanto è vero che tante iniziative normative, pur importanti, sono state messe su un binario morto, proprio con l’intento di privilegiare, senza se e senza ma, la separazione delle carriere. Questo è indubbiamente mortificante per la categoria”, spiega il procuratore generale della Corte di Appello di Roma Giuseppe Amato, nella relazione dove ha evidenziato “il senso di disagio complessivo che suscita l’iter della riforma. È un disagio forte, cui si accompagna anche una preoccupazione per chi crede ad un ruolo alto della magistratura requirente”. 

“Una categoria mortificata è una categoria che può correre il rischio di chiudersi in se stessa e che, proprio perché separata, può finire con il perdere il senso proprio della posizione di ‘parte imparziale'”, ha sottolineato. 

“La separazione delle carriere può porre, a nostro giudizio, il rischio di avere pubblici ministeri ‘che cercano la ribalta della notorietà e l’effetto politico degli indizi, piuttosto che la valutazione obiettiva dei comportamenti dei cittadini’: pubblici ministeri, cioè, che vedano il momento dell’iscrizione e dell’esercizio dell’azione penale come momento di affermazione di un ruolo di potere, anziché come doveroso e rigoroso adempimento di un servizio”, ha spiegato ancora 

“Non temiamo, allora, che la separazione possa portare alla dipendenza dall’esecutivo del pubblico ministero, anche se è fatto notorio che in molti Paesi dove le carriere sono separate l’accusatore, come è stato detto, ‘soggiace’ in varie forme a collegamenti con il potere politico. E non lo temiamo perché il Presidente della Repubblica sarà sempre il Presidente del Csm ‘separato’ dei pubblici ministeri. Ma temiamo il rischio dell’autoreferenzialità della categoria ‘separata’ dei pubblici ministeri, dimentica dei principi propri della ‘cultura della giurisdizione’, espressiva di una visione eticizzante del proprio lavoro, e appiattita nell’attività da una malintesa, sempre possibile, distorta applicazione dei principi propri della gerarchia, della vigilanza, della sorveglianza”, ha evidenziato.  

“Come allora non leggere con preoccupazione la scelta del sorteggio per i componenti togati dei Consigli superiori separati. È una scelta, certamente mortificante ma, soprattutto pericolosa perché il sorteggio, con la sua intrinseca causalità, non è in grado di selezionare figure in grado di approcciarsi con autorevolezza, autonomia e indipendenza, ad un ruolo delicato, che implica scelte ordinamentali che non possono improvvisarsi. Un buon magistrato non è detto che sia un buon consigliere: per passione, conoscenze ordinamentali, interesse, autorevolezza”, ha aggiunto.  

Per quanto riguarda l’Alta Corte “il vero problema è costituito dalla previsione che le decisioni dell’Alta Corte possono essere impugnate non più in Cassazione, come nella disciplina attuale avverso le sentenze della Sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura, ma solo dinanzi alla stessa Alta Corte, ‘che giudica senza la partecipazione dei componenti che hanno concorso a pronunciare la decisione impugnata. È un grave vulnus in punto di tutela delle garanzie, perché decisioni che possono riflettersi incisivamente sulla vita professionale del magistrato sono private della possibilità di censura davanti ad un giudice indipendente, quale la Corte di cassazione”, ha concluso Amato. 

 

 

Non un giudizio politico, ma una risposta tecnica: i giudici sono già imparziali e non appiattiti al pubblico ministero. Lo sostiene con vigore il presidente della Corte d’Appello di Milano Giuseppe Ondei in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario che si tiene alla presenza del ministro della Giustizia Carlo Nordio, oltre che alle principali figure politiche, civili e militari della città.  

A proposito della riforma della giustizia, “A ben vedere nei fatti questa separazione c’è già essendo assai limitato legislativamente il passaggio da una funzione all’altra e essendo questo passaggio praticato ogni anno da circa lo 0,3% dei magistrati”. Per Ondei si parte da un presupposto errato, “ossia quello che i giudici oggi non sono sufficientemente terzi e imparziali perché sarebbero appiattiti sulle richieste del ‘collega’ pubblico ministero. Questa affermazione non e accettabile. Se fosse vera vi sarebbe una grave emergenza per lo Stato di diritto. La realtà è che la magistratura italiana è un ordine dello Stato sano, composto per lo più da persone ispirate da un alto senso del dovere che ogni giorno svolgono in silenzio il loro lavoro” aggiunge. Parole accolte da un applauso in aula. 

“Nel settore civile, dove il Pubblico Ministero di fatto non opera diventa arduo trovare una giustificazione a tale sospetto, mentre nel settore penale lo stesso numero di assoluzioni in primo grado – pari a circa il 25% delle sentenze – rappresenta plasticamente e rende anche apparente la totale autonomia e terzietà del giudice” conclude il presidente della Corte d’Appello di Milano.  

Una riforma inutile e punitiva a fronte di carenze di personale e di strumenti. E’ il giudizio che la procuratrice generale di Milano Francesca Nanni pronuncia in occasione della celebrazione. A fronte di carenze di organico e di strumenti, “l’unica riforma proposta e approvata è quella sulla separazione delle carriere fra magistrati giudicanti e requirenti, indicata come la panacea di tutti i mali mentre ritengo sia ininfluente rispetto alle disfunzioni attuali, alcune delle quali, come l’acritica, eccessiva adesione del pubblico ministero alle ipotesi formulate dalle forze dell’ordine, circostanza spesso segnalata dai difensori, sono destinate probabilmente ad aumentare” dice.  

“Dalla sostanziale inutilità della riforma in oggetto a correggere le attuali pesantissime carenze deriva il dubbio che si tratti di un intervento con un carattere prevalentemente punitivo che, viste le condizioni in cui la quasi totalità degli uffici di Procura è stata costretta a lavorare negli ultimi anni, sinceramente non ci sentiamo di meritare” sottolinea.  

“Stiamo sprecando tempo e risorse, senza contare il clima di gravissima tensione che porta a radicalizzare le posizioni e che ostacola un sereno dialogo ed un corretto svolgimento del lavoro, a scapito di altre riforme, volte ad esempio a una equilibrata opera di semplificazione e armonizzazione delle procedure, a una migliore organizzazione degli uffici oltre a un potenziamento degli strumenti necessari per garantire l’effettività della pena intesa innanzitutto come possibilità di fornire risposte definitive in tempi certi e adeguati e di assicurarne l’esecuzione” spiega la pg Nanni. 

“Già le primissime, limitate applicazioni della intelligenza artificiale nel nostro settore hanno evidenziato notevoli rischi e necessità di attento controllo: pensiamo a che cosa può accadere con il ricorso all’uso massiccio e incontrollato della Ia non correttamente implementata nella redazione degli atti processuali”, sostiene la pg. 

“Le prospettive sono incerte soprattutto in mancanza di un orizzonte di senso, nel nostro caso un limite comune riconosciuto e accettato dai vari operatori, particolarmente utile per muoversi in una società complessa e disordinata che non può essere ridotta ad un codice binario nel tentativo di semplificare il reale” aggiunge. “Concretamente occorre poi domandarsi anche se i magistrati italiani siano preparati a interpretare e applicare i rapidi progressi della scienza e della tecnologia, con il rischio di finire ostaggi, o addirittura vittime del sapere tecnico e scientifico e gravi ripercussioni sui diritti degli imputati e, di nuovo, sulla credibilità del processo” spiega.  

“Di fronte a queste temibili sfide nel breve periodo vedo proporre solo separazioni e tensioni mentre tutti gli operatori dovrebbero essere impegnati a rinnovare l’idea della giustizia come valore, in quanto tale in grado di superare la semplice idea di piacere o convenienza dei singoli e capace di costituire un parametro orientativo utile a contrastare lo smarrimento contenutistico che caratterizza il nostro periodo”, conclude. 

 

“È ancora a saldo altamente negativo, il ricambio tra i giudici prossimi al pensionamento e quelli subentrati e va detto che, senza un apporto di adeguate risorse, la prospettiva di portare alla vita un’effettiva programmazione del lavoro, che possa superare le emergenze quotidiane, è destinata ad affievolirsi”. Così la presidente della Corte d’Appello di Genova Elisabetta Vidali all’inaugurazione dell’anno giudiziario. “Un dato ostico per la giurisdizione – prosegue – è rappresentato dalla sempre maggiore frammentarietà delle norme, disorganiche e spesso inconciliabili tra loro per un modo disordinato ed involuto di legiferare, troppo spesso determinato dall’insana spinta verso una legislazione principalmente mediatica”.  

“In oggi – scrive Vidali -l’ipertrofica produzione normativa riguarda anche il settore secondario, poiché circolari, direttive e regolamenti spingono ad una sempre più eccessiva burocratizzazione del ruolo del magistrato, che si trova stretto tra standard di produttività, disciplina interna ipertrofica, e desertificazione della dialettica processuale, rappresentata da aule deserte che non echeggiano più dell’aspetto sublime, l’oralità della discussione, dell’attività dei giuristi”. “Ci troviamo inoltre a combattere con un gap informatico che assume in certi giorni il sapore di un’autentica débâcle”, conclude. 

 

 

“Si utilizza strumentalmente il nome di Giovanni Falcone che aveva posto il tema della separazione delle carriere tra quelli di rilievo nel quadro della diversa professionalità richiesta alla magistratura requirente dal nuovo codice di procedura penale, ancorché contrariamente a quanto attribuitigli con disinvoltura dai sostenitori della riforma, egli non ne fosse apodittico sostenitore ma l’avesse posta all’attenzione degli addetti ai lavori come argomento sul quale confrontarsi, analagomemte a quello altrettanto spinoso della obbliga dell’azione penale”. E’ la denuncia del presidente della corte d’appello di palermo Matteo Frasca all’inaugurazione dell’anno giudiziario. 

 

“Ancor prima che nel merito la riforma presenta forti criticità nel metodo attraverso il quale è stata approvata. La Costituzione è di tutti i cittadini, è la struttura portante del Paese e le sue modifiche richiedono ponderazione, riflessione, confronto. La Costituzione non può essere piegata a strumento di lotta tra contrapposte forze politiche per contingenti esigenze di potere”. Così il presidente della Corte d’appello di Palermo Matteo Frasca nella sua relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario parlando della riforma Nordio.  

Frasca ha sottolineato come “in sede parlamentare non vi è stato alcun confronto reale e il testo normativo, caso unico nella storia delle riforme costituzionali, è rimasto blindato nella sua versione originaria proposta dal governo, approdando alla definitiva approvazione in appena nove mesi. E così alla capacità persuasiva delle idee si è sostituita la forza dei numeri: la maggioranza ha eluso il confronto con la minoranza senza cercare un percorso condiviso per un intervento di così grande rilievo. L’iter parlamentare si è trasformato in un semplice passaggio obbligato verso il referendum”.  

 

“Ciò che desta particolare perplessità sulla finalità della riforma è il fatto che già la Corte Costituzionale con sentenza del 2000 aveva affermato che per prevedere la separazione delle carriere non è necessaria una riforma della Costituzione, potendosi provvedere con legge ordinaria. Sorge spontaneo quindi l’interrogativo sulle reali ragioni di una riforma costituzionale”. Così il presidente della Corte d’appello di Palermo Matteo Frasca nella sua relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario parlando della riforma Nordio.  

Frasca avanza il sospetto “che le ragioni della riforma siano altrove e, in particolare, risiedano nelle altre norme costituzionali modificate, rispetto alle quali la separazione delle carriere si sta rivelando come una vera e propria arma di distrazione di massa o, peggio, la testa d’ariete per fare breccia sull’assetto complessivo della magistratura e sull’equilibrio dei poteri”.  

Lungo applauso e standing ovation al termine della relazione del presidente della Corte d’appello di Palermo Matteo Frasca che ha aperto la cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario a Palermo. Frasca è stato piuttosto critico nei confronti della riforma del ministro Nordio, sottolineando come la riforma “pone a rischio oggettivo l’indipendenza della magistratura. E’ la riforma della magistratura e non della giustizia – ha detto – perché non la renderà né efficace né efficiente”. “Comprimere la giurisdizione con il pretesto di arginare presunte e indimostrate esondazioni – ha concluso – è riscrivere l’equilibrio dei poteri. E di questo devono essere consapevoli i cittadini perché i veri destinatari di questa riforma saranno loro e non i magistrati”.  

 

 

“Il rischio paventato è che i due Csm che si vogliono introdurre, uno per i magistrati giudicanti uno per gli inquirenti, saranno di fatto controllati dalla politica attraverso la presenza di una componente laica coesa, a fronte di una componente togata fatta di individualità sole, ciascuna delle quali rappresentativa solo di sè stessa. E la vera ferita è che i magistrati ordinari sono gli unici cui sarà sottratto l’elettorato attivo, un vulnus che si rinnoverà ad ogni nomina di Csm, ove il referendum dovesse dare esito favorevole alla riforma”. Lo ha detto il presidente della Corte di Appello di Bari, Francesco Cassano, nella relazione letta in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario. “La riforma costituzionale del Csm – ha aggiunto – vorrebbe introdurre il sorteggio per la nomina dei componenti togati, cancellando ogni forma di responsabilità del sorteggiato verso il corpo giudiziario, dissociando i sorteggiati tra loro e rendendoli soli, e come tali deboli. Infatti, mentre i componenti togati saranno selezionati attraverso un sorteggio secco, i componenti di nomina parlamentare saranno individuati tramite un sorteggio effettuato nell’ambito di liste di aspiranti preventivamente decise dalla politica. La disparità tra i due modelli di investitura è difficilmente giustificabile sul piano della coerenza costituzionale – ha sottolineato Cassano – e foriera di pericoli per la stessa autonomia e indipendenza della magistratura, ove appena si consideri la ricorrente tentazione della politica di scegliere, quali membri ‘laici’, persone caratterizzate da forte collateralismo politico. Fissando il principio della elettività dei componenti del Csm – ha spiegato Cassano – il Costituente sin qui ha fondato la nomina su base fiduciaria, consapevole che l’autogoverno della magistratura richiede nei componenti attitudini che non appartengono necessariamente a tutti i giudici, giacchè amministrare è cosa diversa dal giudicare. Nel contempo, la Costituzione ha disegnato il Consiglio superiore come un’istituzione rappresentativa di idee, di prospettive, di orientamenti su come si effettua il governo della magistratura, su come si organizza il servizio giustizia, e sul ruolo della magistratura nella società, in cui la presenza di sensibilità culturali diverse, le cosiddette correnti, è garanzia indispensabile per lo stesso buon funzionamento dell’organo”. 

“Se si esclude il caso Tortora, sul quale la magistratura ha avuto colpe mai veramente emendate, deve dirsi che i temi della giustizia hanno finito spesso per costituire terreno di scontro politico per motivazioni non sempre nobili, che poco avevano a che vedere con i reali problemi della giustizia. Oggi il cerchio si chiude e il Ministro della giustizia può ricordare spensieratamente che lo scopo della riforma non è di risolvere i problemi della giustizia ma di contenere l’azione, indebita, della magistratura”. Lo ha detto il presidente della Corte di Appello di Bari, Francesco Cassano, nella relazione all’inaugurazione dell’anno giudiziario.  

 

 

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