Crisi migranti a Ceuta, cos’è e come funziona l’area Schengen

(Adnkronos) –
L’afflusso di oltre duemila migranti provenienti dal Marocco verso l’exclave spagnolo di Ceuta ha riacceso i riflettori sulla questione migratoria e la sua gestione a livello dell’Unione europea, con la premier Giorgia Meloni che ha paventato il ricorso a “strumenti straordinari per difendere i confini e la sicurezza dei cittadini, come la sospensione dello spazio Schengen con la Spagna”. Il riferimento è allo spazio di libera circolazione dell’Ue, che dal 1995 consente il libero passaggio tra le frontiere interne dell’Ue, indipendentemente dalla nazionalità, ed è regolato da una serie di norme che ne garantiscono la validità permanente, con eccezioni precise e limitate nel tempo. 

Oggi lo spazio Schengen conta 29 Paesi europei: 25 Stati membri dell’Ue più Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera, che non fanno parte dell’Ue ma applicano le stesse regole. Cipro e Irlanda restano Stati Ue esclusi dall’area, mentre Bulgaria e Romania vi hanno aderito integralmente nel 2024, dopo l’ingresso della Croazia nel 2023. Il tutto si basa sull’assenza di controlli sistematici alle frontiere interne, ma è complementato dalla cooperazione di polizia e giudiziaria tra gli Stati Ue, un sistema di condivisione di dati su persone e oggetti ricercati e dalla politica comune del visto Schengen, che consente soggiorni fino a 90 giorni ai cittadini extra-Ue, oltre al rafforzamento dei controlli alle frontiere esterne comuni come compensazione per l’assenza di controlli interni. 

Il regolamento alla base dello spazio Schengen consente a uno Stato membro di reintrodurre “in via eccezionale” i controlli alle frontiere interne, ma solo “in caso di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza interna”. Questo può avvenire per un periodo limitato, non superiore a 30 giorni, “o per la durata prevedibile della minaccia grave” se questa supera i 30 giorni. Inoltre, la portata e la durata del ripristino temporaneo del controllo di frontiera non deve eccedere “quanto strettamente necessario per rispondere alla minaccia grave”. La decisione ordinaria è dello Stato Schengen interessato e non dell’Ue nel suo insieme, anche se lo Stato in questione deve indicare durata, confini coinvolti, minaccia invocata e proporzionalità della misura. 

 

Secondo l’ultimo aggiornamento della Commissione europea, risalente al 23 luglio, dal 2006 sono state notificate 498 reintroduzioni dei controlli alla frontiera. Il più recente è stato implementato dall’Italia, dal 24 al 26 luglio, per i soli confini con la Francia, visti i rischi all’ordine pubblico e alla sicurezza interna legata a un festival in Vald di Susa e il relativo rischio ai cantieri della Tav. Roma ha ripristinato anche i controlli alla frontiera con la Slovenia dal 19 giugno al 18 dicembre 2026 per far fronte al “rischio continuo di infiltrazioni terroristiche nei flussi migratori” lungo la rotta balcanica, oltre alle crisi in Medio Oriente e Ucraina, “alti livelli di migrazione irregolare” e la “forte presenza di reti di contrabbando e traffico”. 

I controlli al confine sloveno per tali ragioni sono stati ripristinati ripetutamente da Roma a partire dal 2023. Complessivamente, a partire dal 2006 l’Italia ha reintrodotto i controlli in diciassette occasioni: undici di queste citavano espressamente ragioni migratorie tra le motivazioni, tutte alla frontiera con la Slovenia. Le altre motivazioni sono solitamente collegate anche a terrorismo, conflitti in Medio Oriente e Ucraina, criminalità organizzata e sicurezza di grandi eventi come i G7 e i G20 degli scorsi anni, oltre alle recenti Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. A livello europeo si è verificata una sospensione diffusa legata alla migrazione durante la crisi del 2015-2016 e oltre, quando l’arrivo di grandi flussi ha spinto diversi Stati a reintrodurre controlli, generando critiche da parte di osservatori Ue che li ritenevano contrari allo spirito del trattato. 

Nel biennio 2025-2026 la Commissione europea ha segnalato controlli attivi in nove Paesi, tra cui l’Italia, giustificati con minacce legate a terrorismo, criminalità organizzata, traffico di migranti e instabilità geopolitica connessa alla guerra in Ucraina e al Medio Oriente. A fine 2025 dieci Stati Schengen avevano confermato la proroga dei controlli almeno fino a giugno 2026, un fenomeno che gli osservatori definiscono ormai “semi-permanente” nonostante la natura teoricamente eccezionale della misura. A inizio giugno l’esecutivo europeo ha invitato nove Paesi, tra cui l’Italia, a lavorare per l’eliminazione graduale dei controlli, anche in vista dell’entrata in vigore del nuovo Patto migrazione e asilo, ricordando che esistono alternative come i controlli di polizia non sistematici e le tecnologie di identificazione biometrica mobile.  

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