(Adnkronos) – Mentre Nicolás Maduro attende la sua prima udienza nel Metropolitan Detention Center di Brooklyn (l’arraignment, la convalida dell’arresto, potrebbe avvenire già domani mattina) fuori dalle mura del carcere si sta consumando una battaglia molto più complessa di quella militare appena conclusa a Caracas. È una guerra di codici, giurisdizioni e precedenti che rischia di ridefinire il perimetro del diritto internazionale e dei poteri extraterritoriali degli Stati Uniti.
L’operazione “Absolute Resolve”, ordinata da Donald Trump, ha creato una crisi diplomatica globale, con molti che gridano alla violazione “gravissima” del diritto internazionale. Ma a Washington i legali del Dipartimento di Giustizia hanno già predisposto una strategia giuridica per blindare il processo federale a New York. Il cuore dell’impianto accusatorio, anticipato ieri dal Segretario di Stato Marco Rubio durante la conferenza stampa di Mar-a-Lago, poggia su un assunto: non si può violare l’immunità di un presidente se, per la legge americana, quell’uomo non è mai stato presidente.
Il diritto internazionale consuetudinario riconosce ai capi di Stato in carica un’immunità personale assoluta (ratione personae) dalla giurisdizione penale di altri Stati. Riconosciuto sia dalla Corte internazionale di giustizia dell’Aja che da quella di Strasburgo che tutela i diritti umani in Europa, è uno dei pilastri dell’ordine internazionale: tutela la sovranità e consente la continuità delle relazioni diplomatiche. Se Maduro fosse riconosciuto come presidente legittimo del Venezuela, un processo penale a New York sarebbe morto prima ancora di iniziare.
Ed è qui che interviene la linea tracciata da Rubio. Secondo Washington, le elezioni venezuelane del 2024 sono illegittime. Gli Stati Uniti, l’Unione Europea e una parte rilevante dell’Organizzazione degli Stati Americani non hanno riconosciuto l’esito del voto, giudicato fraudolento. Ne consegue che, per l’amministrazione Usa, il mandato legittimo di Maduro sarebbe scaduto il 10 gennaio 2025.
Davanti alla Corte distrettuale del Southern District of New York, Maduro non si presenterà dunque come capo di Stato della Repubblica bolivariana del Venezuela, ma come Nicolás Maduro Moros, privato cittadino accusato di guidare un’organizzazione criminale transnazionale, il cosiddetto “Cartello dei Soli”. Togliendo il riconoscimento politico, cade l’immunità personale. È una mossa che trasforma una questione di diritto internazionale in una procedura penale interna, interamente governata dal diritto federale Usa.
Qui si apre l’abisso tra il modo in cui l’operazione viene letta a livello globale e il modo in cui verrà valutata da un giudice americano. Dal punto di vista delle Nazioni Unite e della Corte internazionale di giustizia, l’uso della forza sul territorio venezuelano senza consenso e senza mandato del Consiglio di Sicurezza appare come una violazione dell’articolo 2(4) della Carta dell’Onu, che proibisce la minaccia o l’uso della forza contro l’integrità territoriale e l’indipendenza politica di uno Stato. Inoltre, la cattura forzata di un individuo senza un trattato di estradizione è generalmente qualificata come rapimento di Stato.
Negli Stati Uniti, però, il quadro è radicalmente diverso. Come ricorda il think tank Chatham House, la giurisprudenza federale applica da decenni la cosiddetta
Ker-Frisbie doctrine
, secondo cui il potere di una corte di processare un imputato non è inficiato dal modo – anche illegale – in cui l’imputato è stato portato davanti al giudice. In sintesi: anche se ti abbiamo rapito violando le leggi del tuo paese, ora sei qui e ti processiamo.
È su questa base che l’accusa potrà sostenere la piena giurisdizione del tribunale di New York, agganciando i capi di imputazione alle norme federali sul narcotraffico e sul narco-terrorismo (in particolare il Title 21 U.S. Code § 960a), che prevedono esplicitamente un’estensione extraterritoriale quando le condotte mirano a colpire il mercato statunitense.
Un punto cruciale riguarda la natura stessa dell’immunità. Nel diritto internazionale, l’immunità personale non è un premio di legittimità democratica, ma una protezione funzionale legata al ruolo. Tuttavia, nel sistema giuridico americano l’immunità dei funzionari stranieri non è disciplinata da una legge organica, ma dalla common law, e il parere del ramo esecutivo ha un peso determinante.
Se il Dipartimento di Stato comunica formalmente che un soggetto non è riconosciuto come capo di Stato, le corti federali tendono a seguire questa valutazione. È esattamente il meccanismo che l’amministrazione Trump sembra intenzionata ad attivare nel caso Maduro.
Resta un’ultima linea di difesa: l’immunità per atti ufficiali (ratione materiae). Ma qui l’accusa è pronta a sostenere che narcotraffico e cospirazione criminale non possono mai essere qualificati come atti sovrani, bensì come crimini personali.
Le indagini che hanno portato all’arresto di Nicolás Maduro non sono infatti un’improvvisazione recente, ma il frutto di oltre un decennio di lavoro da parte della Dea (l’agenzia antidroga che si muove spesso anche all’estero) e della procura del Southern District of New York. Tutto è iniziato prima delle sanzioni del 2019, con l’apertura di fascicoli segreti che tracciavano i flussi di cocaina dalla Colombia verso gli Stati Uniti, passando per il Venezuela con la presunta complicità dell’esercito. Il punto di svolta giuridico è arrivato nel marzo 2020, quando l’allora procuratore Geoffrey Berman ha desigillato l’incriminazione formale (indictment) contro Maduro e altri 14 alti funzionari, accusandoli di aver trasformato lo stato venezuelano nel Cartello dei Soli.
Le prove raccolte a New York includono testimonianze di ex generali disertori, intercettazioni e tracciamenti finanziari che collegherebbero Maduro direttamente a spedizioni di tonnellate di cocaina usate, secondo l’accusa, come “arma asimmetrica” per destabilizzare la società americana. Da qui parte la dichiarazione “a caldo” del governo italiano, che ha parlato di “minaccia ibrida”.
Il modello operativo: Manuel Noriega (Panama, 1989)
Il parallelo storico più diretto è quello con l’invasione di Panama e la cattura di Noriega. Anche allora Washington aveva smesso di riconoscere il leader de facto del Paese (un tempo suo alleato), sostenendo un’autorità alternativa. Durante il processo negli Stati Uniti, Noriega tentò di invocare l’immunità da capo di Stato, ma i giudici respinsero la tesi: il riconoscimento di un governo è prerogativa dell’esecutivo, non del potere giudiziario. Se la Casa Bianca dice che non sei il presidente, per la corte non lo sei. Questo precedente è il vero manuale operativo che oggi può essere applicato a Maduro.
Il modello processuale: Juan Orlando Hernández (Honduras, 2022-2024)
Il caso dell’ex presidente honduregno spiega invece come si costruisce il processo. Hernández, estradato e poi condannato a New York, è stato accusato di aver trasformato lo Stato in una piattaforma logistica del narcotraffico. L’accusa contro Maduro ricalca questo schema: uso di esercito, polizia e infrastrutture statali per proteggere i flussi di droga. Certo, qualche settimana fa è stato graziato da Trump, ma questa è un’altra storia che ha a che fare con la linearità delle mosse di Trump…
La lezione è chiara: davanti ai procuratori di Manhattan, la carica politica non è uno scudo, ma un’aggravante. Maduro non è più un presidente, ma il “Ceo” di un’impresa criminale con un apparato statale a disposizione.
Se la strategia legale di Trump e Rubio dovesse reggere – e i precedenti interni suggeriscono che potrebbe – si consoliderebbe un paradigma estremamente aggressivo di extraterritorialità americana. Il messaggio al mondo sarebbe inequivocabile: la sovranità nazionale non protegge chi viene etichettato come narco-terrorista da Washington, e la legittimità di un leader non si decide solo nelle urne, ma anche nello Studio Ovale.
Maduro potrà denunciare un “sequestro imperialista”, ma per il giudice federale di Brooklyn non sarà un simbolo politico: sarà semplicemente l’imputato in un’aula di tribunale. E il diritto internazionale, ancora una volta, resterà fuori dall’aula. (di Giorgio Rutelli)
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