Tumori, Bonifacino (IncontraDonna): “Conoscere la storia familiare per ridurre i rischi”

(Adnkronos) – “Non c’è solo la disinformazione ma anche il timore di scoprire di avere qualcosa. Secondo me dobbiamo lavorare innanzitutto sulle fasce più giovani e cominciare a far capire, sia agli adulti sia ai ragazzi, che conoscere prima di tutto cosa è successo nelle proprie famiglie, dal punto di vista cardiovascolare, metabolico, parlando di diabete, e oggi abbiamo parlato anche di obesità, oppure dal punto di vista oncologico, può aiutarci a evitare, e ad abbattere il rischio, che nelle famiglie accada di nuovo quello che è accaduto in precedenza”. Così Adriana Bonifacino, senologa oncologa e fondatrice della Fondazione IncontraDonna, intervenuta alla seconda edizione dell’Health Journalism Forum, all’ospedale Cardarelli di Napoli, su come vincere la paura della prevenzione, alimentata a volte anche dalla disinformazione. 

“Non è sempre necessario effettuare un test genetico: lo stabilirà ovviamente il medico che segue la persona – ha spiegato – A volte bastano anche degli accorgimenti, cioè capire che la prevenzione può essere un po’ più personalizzata. Oggi siamo abituati a parlare di cura personalizzata ma dobbiamo cominciare a parlare sempre di più di prevenzione personalizzata. Faccio un esempio: se in una famiglia ci sono stati tanti eventi cardiovascolari, non è detto che potremo evitare tutto o che avremo sempre la possibilità di evitare qualunque tipo di patologia, ma certamente focalizzeremo di più l’attenzione sulle problematiche vascolari, cominciando magari da quando le persone sono più giovani, con abitudini di prevenzione primaria: l’attività fisica, la sana alimentazione, attenzione ad alcol e fumo, quindi tutto ciò che può aiutare queste persone ad abbattere il rischio. E penso che così, forse, possiamo sconfiggere di più anche le paure”, ha osservato Bonifacino. 

Su come dare una corretta informazione sulle nuove terapie senza creare false speranze, Bonifacino ha sottolineato: “le terapie devono essere stabilite di volta in volta per ciascuna persona. Oggi sappiamo che attraverso i test genomici, ad esempio, riusciamo a realizzare delle vere e proprie carte d’identità, chiamiamole così, delle patologie che abbiamo, e questo vale soprattutto in campo oncologico, ma anche in tanti altri campi. Quindi l’appropriatezza della cura, l’accesso alla cura e avere la cura migliore ‘ritagliata’ sulla persona come farebbe un sarto”, ha concluso. 

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