Arrestate in massa perché “indossano l’hijab in modo improprio”, proteste e morti a Herat

L’hijab scivolato di pochi centimetri. Pare sia bastato così poco, un gesto involontario, un lembo di stoffa fuori posto, perché Herat si trasformasse in un campo di battaglia. In una mattina qualunque, tra il rumore dei mercati e il vociare dei passanti, la polizia morale afghana è piombata sulle strade come un’ombra improvvisa, spezzando la fragile normalità della città. Da quell’istante, ciò che il regime ha definito una “esigenza divina” ha acceso una tempesta di rabbia e paura: un’ondata di sangue, proteste e repressione che racconta più di qualsiasi decreto quanto l’Afghanistan sia diventato una prigione a cielo aperto, dove anche il respiro di una donna può essere considerato un crimine.

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La scintilla: la violazione dell’onore

Tutto è iniziato con una caccia all’uomo – o per meglio dire, alla donna. Martedì scorso, le strade della città nell’Afghanistan occidentale sono diventate il teatro di una brutale collisione tra civili e forze di sicurezza talebane. Numerose donne sono state arrestate in massa e, alle proteste dei parenti, è corrisposta la violenza: si stimano già almeno due morti.

Gli agenti del Ministero per la Propagazione della Virtù e la Prevenzione del Vizio hanno iniziato a fermare auto e mezzi, arrestando decine di donne con l’accusa di indossare l’hijab in modo “improprio”. Per le famiglie locali, non si è trattato solo di un sopruso legale, ma di una ferita profonda all’onore familiare: in una società conservatrice come quella afghana, il “maneggiamento” forzato di madri e figlie da parte di uomini estranei è stato percepito come un’offesa intollerabile alla dignità.

Secondo diverse testimonianze raccolte dai media locali, le donne arrestate erano in realtà vestite in modo modesto e completamente coperte. La reazione è stata fulminea: attraverso gruppi WhatsApp clandestini, i residenti si sono organizzati per difendere le proprie sorelle e figlie, decidendo di sfidare apertamente il divieto di assembramento.

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La piazza sfida i fucili

Circa 70 persone, radunatesi nel distretto di Jibrail, hanno rotto il muro del terrore. In un raro segnale di unità sociale, molti uomini sono scesi in piazza al fianco delle donne, intonando slogan come “Istruzione, lavoro e libertà” e gridando a gran voce “Azadi” (libertà, appunto, in lingua dari). La reazione del regime è stata spietata: Rukshana Media riporta diverse cariche da parte delle forze talebane con bastoni e fruste, seguite dall’uso di armi da fuoco puntate direttamente sulla folla.

I video circolati online mostrano scene di panico e proiettili che fischiano ad altezza d’uomo, mentre si sentono le urla disperate delle donne che implorano i combattenti di non picchiare i manifestanti. Il bilancio finale, seppur negato dalle autorità, è di almeno due morti e diversi feriti, confermati anche da fonti mediche. Altre 13 persone sarebbero state arrestate e brutalmente picchiate.

Il relatore speciale delle Nazioni Unite, Richard Bennett, ha condannato su X l’uso “eccessivo della forza” contro i manifestanti pacifici. Le autorità talebane hanno risposto con il negazionismo. Sayed Masoud Hosseini, portavoce della polizia di Herat, come riporta la Bbc, ha bollato le notizie sulle morti come “infondate”, giustificando l’intervento come un’operazione necessaria per “mantenere l’ordine pubblico” contro chi si opponeva a un “obbligo divino”. Eppure, il clima a Herat resta di estrema paura, con i mercati deserti e la popolazione chiusa in casa per il timore di nuove rappresaglie.

L’apartheid di genere: oltre il velo

Questi eventi non sono isolati, ma s’inscrivono in un disegno di cancellazione sistematica dei diritti femminili. Dal ritorno al potere nell’agosto 2021, i talebani hanno emanato oltre 470 decreti e direttive, di cui ben 79 mirano specificamente a colpire donne e ragazze, escludendole da scuole, università, posti di lavoro e parchi.

L’ultimo colpo mortale alla libertà è arrivato il 14 maggio 2026 con la pubblicazione del Decreto n. 18, il “Codice sulla separazione giudiziale dei coniugi”. Amnesty International ha definito questa legge “apertamente misogina”, denunciando come essa di fatto normalizzi i matrimoni infantili. Il nuovo codice stabilisce punti agghiaccianti:

  • Il silenzio è consenso: il silenzio di una ragazza dopo la pubertà viene interpretato legalmente come il suo accordo al matrimonio.
  • Potere assoluto agli uomini: padri e nonni hanno autorità quasi illimitata nel combinare unioni per i minori.
  • Barriere insormontabili per le donne: mentre gli uomini possono divorziare unilateralmente e senza ostacoli, le donne devono affrontare processi complessi e ottenere l’approvazione di un tribunale controllato dal regime.

Prima del 2021, l’Afghanistan prevedeva l’età minima per il matrimonio a 16 anni e criminalizzava le unioni sotto i 15 anni; oggi, tutte queste tutele sono state smantellate e sostituite da un sistema che centralizza l’autorità sui corpi femminili nelle mani dei parenti maschi. La protesta di Herat, dunque, non è stata solo una richiesta di vestire liberamente, ma l’urlo di una società che vede nel velo imposto l’ultima sbarra di una gabbia che si sta chiudendo definitivamente dinanzi agli occhi del mondo intero.

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content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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