Come il caldo minaccia la fertilità maschile: cinque consigli degli esperti per preservarla

L’estate del 2026 si è configurata come un vero e proprio stress test per la tenuta biologica del Paese. Secondo le elaborazioni del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), l’Italia ha vissuto la stagione più calda dal 1950, con una temperatura media nazionale di 24,3 °C. Il solo mese di agosto ha fatto registrare un’anomalia termica di ben 3,5 gradi sopra la media del periodo 1991-2020, trascinando città come Roma, Firenze e Torino in un tunnel di ondate di calore persistenti. In questo scenario di alterazione climatica, il 16esimo Congresso della Società Italiana di Andrologia e Medicina della Sessualità (Siams), riunitosi a Modena, ha sollevato un velo su una conseguenza tanto silenziosa quanto drammatica: il deterioramento della salute riproduttiva maschile.

La Fondazione Foresta Ets ha infatti lanciato un allarme, evidenziando come il calore estremo, oltre all’essere un semplice disagio meteorologico, stia diventando un fattore di rischio sistemico per la capacità procreativa della popolazione.

La biologia del fresco: perché i testicoli vivono “fuori”

L’architettura biologica dell’apparato riproduttivo maschile risponde a un’esigenza evolutiva precisa: la necessità di operare in un regime di ipotermia relativa. I testicoli sono situati all’esterno della cavità addominale proprio per garantire una temperatura di alcuni gradi inferiore a quella corporea interna, un prerequisito non negoziabile per il corretto svolgimento della spermatogenesi.

Quando la colonnina di mercurio sale e la permanenza in ambienti caldi si protrae, i sofisticati meccanismi di termoregolazione dello scroto possono esaurirsi. Carlo Foresta, già professore ordinario di Endocrinologia all’Università di Padova e studioso senior dell’ateneo, chiarisce come, al superamento di una soglia critica di tolleranza, l’organismo scelga la via della prudenza estrema: la produzione di spermatozoi viene “abortita”. Si tratta di un blocco funzionale protettivo, volto a evitare che lo stress termico possa danneggiare l’integrità del Dna e trasmettere potenziali mutazioni genetiche alla prole.

Cosa dice la scienza

Il sospetto clinico di una correlazione tra caldo e riduzione dello sperma ha trovato conferma tra i vapori controllati di una sauna a Padova, dove i ricercatori hanno trasformato un’abitudine di benessere in un test da sforzo biologico. In uno studio longitudinale del 2013, dieci volontari sani sono stati sottoposti a due sessioni settimanali di sauna per tre mesi. I risultati hanno fotografato un autentico calo della funzione seminale: la temperatura scrotale media è salita da 34,5 a 37,5 °C, trascinando con sé un crollo verticale di tutti i parametri.

La concentrazione spermatica è precipitata da 89 a 31 milioni per millilitro, la motilità progressiva è scesa dal 58 al 36% e, dato ancora più significativo, il numero totale di spermatozoi è quasi dimezzato, passando da 223 a 93 milioni. Oltre ai numeri, lo studio ha rivelato alterazioni qualitative profonde a livello molecolare, con compromissioni nella sostituzione istone-protamina e nella condensazione della cromatina, i processi che permettono di compattare e proteggere il patrimonio genetico paterno.

Queste evidenze non sono rimaste isolate nel perimetro sperimentale. Recenti indagini su vasta scala, tra cui uno studio condotto su 5.114 uomini, hanno associato le temperature percepite nei tre mesi precedenti il prelievo a una sensibile riduzione della motilità spermatica. Così come, l’analisi di circa 5.000 campioni provenienti dalle banche del seme ha confermato che la variabilità termica stagionale incide direttamente sulla conta cellulare totale, rendendo la fertilità maschile una funzione variabile del clima esterno.

Genetica e ambiente: la vulnerabilità individuale

La vulnerabilità allo stress termico non è però democratica, ma mediata da una sottile interazione tra ambiente e genetica. La ricerca si è concentrata sul gene E2F1, un regolatore chiave della divisione cellulare. Analizzando un campione di 540 uomini, gli studiosi hanno identificato variazioni nel numero di copie di questo gene esclusivamente in una porzione di soggetti infertili – nello specifico, in 12 dei 343 individui con problemi di fertilità – mentre tali variazioni erano del tutto assenti nel gruppo di controllo di 197 uomini sani. Gli esperimenti in vitro hanno dimostrato che il calore esacerba l’espressione di E2F1, specialmente nelle cellule che ne possiedono un numero elevato di copie.

Questa scoperta suggerisce che una specifica predisposizione genetica possa agire come un amplificatore del danno ambientale, rendendo alcuni uomini biologicamente più fragili di fronte alle ondate di calore che ormai caratterizzano le nostre estati.

Impatto demografico e natalità

La fragilità biologica del singolo si riflette inevitabilmente sulla fragilità del futuro demografico della nazione. Il declino della qualità seminale indotto dal clima, per i ricercatori, si inserisce in un solco già profondo tracciato dagli ultimi dati Istat, che confermano un nuovo record negativo per la natalità in Italia. Gli esperti della Siams avvertono che il calore estremo non deve essere considerato un fattore isolato, ma un aggravante che si somma a un sistema complesso di criticità: dall’invecchiamento dei genitori ai fattori socio-economici, fino all’inquinamento atmosferico e a stili di vita inadeguati. In questo scenario, l’emergenza climatica esce dai confini della meteorologia per diventare una variabile demografica a tutti gli effetti, capace di accelerare il calo delle nascite attraverso l’erosione silenziosa della salute maschile.

Prevenzione e buone pratiche: i cinque consigli degli esperti

La sfida odierna, come sottolineato dalla presidente della Siams Linda Vignozzi, risiede nel tradurre queste evidenze in strategie di protezione quotidiana, informando la popolazione senza scivolare nell’allarmismo. La prevenzione passa innanzitutto attraverso la gestione attiva della dispersione termica. Ecco cinque consigli per preservare la propria fertilità: è essenziale mantenere un’idratazione costante, cercare rifugio in ambienti climatizzati e ricorrere a docce fresche, avendo però l’accortezza di non applicare mai il ghiaccio direttamente sulla cute scrotale per evitare choc termici localizzati. È altrettanto fondamentale non sommare ulteriori fonti di calore a quelle ambientali: durante i picchi di afa, andrebbe limitato l’uso di saune e bagni turchi, così come l’abitudine di tenere il computer sulle gambe o l’utilizzo prolungato dei sedili riscaldati dell’auto.

Anche le scelte più comuni, come il tipo di abbigliamento, giocano un ruolo cruciale: tessuti naturali traspiranti e pantaloni non aderenti facilitano il microclima ideale per la spermatogenesi. Particolare attenzione deve essere prestata alle categorie professionali esposte, come cuochi o addetti ai forni, per i quali sono necessarie pause programmate in zone fresche e un monitoraggio medico costante. Infine, non bisogna dimenticare i fattori aggravanti: la presenza di un varicocele, l’obesità o recenti episodi febbrili possono potenziare l’effetto deleterio del caldo, così come il fumo e l’alcol aggiungono un carico di stress ossidativo.

In definitiva, la salvaguardia della fertilità richiede una visione d’insieme, in cui la consapevolezza dei rischi ambientali si integri armoniosamente con una regolare valutazione andrologica, unico strumento capace di contestualizzare il rischio climatico all’interno della storia clinica individuale.

Fertilità

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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