Testosterone e spermatozoi in calo? Cosa c’è di vero nello “Spermageddon”

Il testosterone maschile sta diminuendo e, secondo una nuova analisi internazionale, il ritmo del calo sarebbe accelerato negli ultimi 25 anni. È il risultato che ha riacceso nelle ultime settimane il dibattito sullo “Spermageddon”, l’espressione utilizzata per descrivere una possibile crisi globale della salute riproduttiva maschile.

Il lavoro è stato presentato a luglio al congresso della European Society of Human Reproduction and Embryology (Eshre) e pubblicato su Human Reproduction. I ricercatori hanno analizzato 12 studi condotti in sette Paesi, per un totale di 102.334 uomini, con rilevazioni comprese tra il 1972 e il 2019. Testosterone totale, testosterone libero e SHBG, la proteina che trasporta gli ormoni sessuali nel sangue, mostrano tutti una tendenza alla diminuzione.

Per il testosterone totale, la riduzione media stimata è di 0,26 nanomoli per litro ogni anno. Il dato più interessante arriva però dal confronto temporale: negli studi con un anno mediano di campionamento precedente al 2000 la diminuzione era di 0,17 nanomoli per litro all’anno; in quelli successivi al 2000 sale a 0,33: quasi il doppio. Gli stessi autori, tuttavia, segnalano un limite importante: gran parte delle informazioni disponibili proviene da Paesi ad alto reddito e differenze nelle caratteristiche delle popolazioni, compreso il peso corporeo, possono aver contribuito alla tendenza osservata.

Testosterone più basso, inoltre, non significa automaticamente infertilità. L’ormone è fondamentale per la funzione riproduttiva, ma interviene anche su massa muscolare e ossea, metabolismo e numerosi altri processi. Il nuovo risultato acquista però un peso particolare perché arriva mentre da anni si discute di un possibile peggioramento anche della qualità dello sperma.

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Gli spermatozoi stanno davvero diminuendo?

È qui che entra in scena lo “Spermageddon”. L’espressione deve la propria fortuna soprattutto alle grandi meta-analisi coordinate dall’epidemiologo Hagai Levine, che figura anche tra gli autori del nuovo lavoro sul testosterone.

L’aggiornamento più ampio, pubblicato nel 2022 su Human Reproduction Update, ha riunito 223 studi, 57.168 uomini e dati provenienti da 53 Paesi. Tra gli uomini non selezionati sulla base della fertilità, gli autori hanno stimato una diminuzione della concentrazione spermatica superiore al 50% tra il 1973 e il 2018, sostenendo inoltre che il ritmo del calo fosse aumentato nel XXI secolo.

La previsione più estrema nata da questo filone di ricerca è quella degli “zero spermatozoi nel 2045”: è un’estrapolazione ottenuta prolungando nel futuro una curva osservata nel passato. Ed è proprio qui che molti ricercatori invitano a frenare: non esiste alcuna certezza che una tendenza continui linearmente fino ad arrivare a zero. Anche i dati più recenti rendono la situazione meno semplice di quanto suggerisca l’espressione “crollo degli spermatozoi”.

Uno studio pubblicato nel 2024 su 6.758 uomini che si erano candidati come donatori di sperma in Danimarca non ha rilevato variazioni significative della concentrazione o del numero totale di spermatozoi tra il 2017 e il 2022. Ha trovato, però, un altro segnale: dal 2019 al 2022 la concentrazione degli spermatozoi mobili è diminuita del 16% e il loro numero totale del 22%.

Gli autori non sono riusciti a identificarne la causa. Il periodo coincide anche con la pandemia e con profondi cambiamenti negli stili di vita, elemento che rende ancora più difficile interpretare il risultato. Ma il lavoro offre un’indicazione interessante: il problema, se esiste, potrebbe non essere riassumibile semplicemente come “meno spermatozoi”. Potrebbero cambiare anche altre caratteristiche decisive per la fertilità, come la capacità di muoversi.

È uno dei motivi per cui gli scienziati continuano a discutere sulla dimensione reale del fenomeno. Contare gli spermatozoi oggi è relativamente semplice; ricostruirne l’andamento per cinquant’anni significa invece confrontare popolazioni, laboratori e procedure non sempre identici.

Dall’obesità all’inquinamento: cosa c’è dietro il calo

Se la tendenza esiste, stabilirne le cause è ancora più difficile. Sul testosterone, un primo indiziato è la salute metabolica. Obesità e diabete sono associati a livelli più bassi dell’ormone e possono interferire anche con la funzione riproduttiva. L’Organizzazione mondiale della sanità indica obesità, fumo e consumo eccessivo di alcol tra i fattori dello stile di vita che possono incidere sulla fertilità. L’Oms ricorda inoltre che circa una persona su sei in età riproduttiva sperimenta infertilità nel corso della vita.

Ma negli ultimi anni l’attenzione si è spostata sempre di più sull’ambiente. Interferenti endocrini, pesticidi, Pfas, inquinamento atmosferico e microplastiche sono entrati nella ricerca sulla salute riproduttiva maschile, con risultati che richiedono ancora molta cautela.

Proprio al congresso Eshre di luglio è stato presentato un altro lavoro che ha analizzato l’esposizione all’inquinamento atmosferico durante la spermatogenesi e le modificazioni del DNA degli spermatozoi negli uomini che si rivolgevano a centri per il trattamento dell’infertilità. I ricercatori hanno osservato associazioni tra miscele di inquinanti e variazioni nella metilazione del DNA spermatico, un meccanismo epigenetico che regola l’attività dei geni.

È un indizio, non una prova che lo smog provochi infertilità. Lo stesso vale per le microplastiche. Negli ultimi anni sono state rilevate anche nel liquido seminale umano, ma la loro presenza non basta a dimostrare un effetto sulla capacità riproduttiva. Servono studi più ampi per capire se e in quali quantità possano interferire con la qualità degli spermatozoi.

Il quadro che emerge è quindi fatto di fattori diversi che possono sovrapporsi: obesità e malattie metaboliche, fumo e alcol, esposizioni ambientali, età, farmaci e condizioni individuali. Ridurre tutto a una singola causa sarebbe prematuro.

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La fertilità maschile è stata sottovalutata?

Quando una coppia non riesce ad avere un figlio, il problema può avere origine nel sistema riproduttivo maschile, in quello femminile, in entrambi oppure restare senza una spiegazione. Tra le cause maschili più frequenti l’Oms indica l’assenza o la ridotta quantità di spermatozoi e anomalie nella loro forma e motilità.

Eppure l’infertilità continua spesso a essere percepita come una questione prevalentemente femminile. L’Oms stessa segnala che sono frequentemente le donne a sopportare il maggior peso sociale e lo stigma dell’infertilità, indipendentemente dalla sua origine.

È qui che il nuovo dibattito sul testosterone può avere una conseguenza utile, purché non venga trasformato in allarmismo. Non serve immaginare un mondo senza spermatozoi per riconoscere che la salute riproduttiva degli uomini merita più ricerca, prevenzione e diagnosi.

Il calo del testosterone osservato dalla nuova meta-analisi è un segnale da approfondire. Lo stesso vale per la riduzione della motilità rilevata negli uomini danesi e per gli studi sui possibili effetti degli inquinanti. Nessuno di questi risultati, preso singolarmente, dimostra che l’umanità stia entrando in una crisi riproduttiva irreversibile.

Ma insieme pongono una domanda più concreta dello “Spermageddon”: quanto sta cambiando la fertilità maschile, e quanto poco sappiamo ancora delle ragioni di questo cambiamento?

Immagine di copertina: Canva

Fertilità

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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