Il Vietnam ora paga per far nascere il secondo figlio

Il Vietnam non teme più di avere troppi bambini, ma di averne troppo pochi: è il rovesciamento di una politica demografica che per decenni ha legato la modernizzazione del Paese alla famiglia piccola e alla riduzione delle nascite. Da oggi, 1° luglio, entra in vigore una nuova legge sulla popolazione, accompagnata dal decreto attuativo n. 168/2026, che introduce incentivi economici, congedi più generosi e misure mirate nelle aree dove la fertilità è scesa sotto la soglia di sostituzione. Il secondo figlio, che in passato rappresentava il limite da non superare, diventa ora l’obiettivo minimo da sostenere.

La svolta arriva dopo l’addio alla politica dei due figli, archiviata nel 2025, e segna il passaggio dalla fase del contenimento delle nascite a quella del sostegno alla natalità. Il bonus bebè è la misura più immediata da raccontare, ma non basta a spiegare la portata del cambiamento: Hanoi sta cercando di correggere una traiettoria demografica che in pochi anni ha iniziato a preoccupare governo, economisti e autorità sanitarie. Meno nascite, popolazione che invecchia rapidamente, forti differenze tra città e aree rurali, squilibri di genere alla nascita ancora marcati: la nuova politica familiare vietnamita nasce dall’incrocio di tutti questi fattori.

Dal controllo delle nascite agli incentivi

Per molto tempo, la politica demografica vietnamita ha avuto un obiettivo chiaro: contenere la crescita della popolazione. La famiglia con uno o due figli veniva presentata come più adatta a un Paese in modernizzazione, capace di investire meglio nell’istruzione, nella salute e nel futuro dei bambini. Non era una politica coercitiva paragonabile a quella cinese, ma ha influenzato per decenni comunicazione pubblica, norme sociali e regole applicate ad alcune categorie, a partire dai membri del Partito comunista.

Con il calo della fertilità, quel modello ha cominciato a mostrare il suo lato opposto. Nel 2024 il tasso di fertilità totale è sceso a 1,91 figli per donna, sotto la soglia di sostituzione e al livello più basso mai registrato nel Paese. Nel 2025 si è osservata una lieve risalita, ma il quadro resta fragile. Il governo punta ora ad aumentare gradualmente la natalità, soprattutto nelle aree urbane e nelle province dove le coppie fanno sempre meno figli.

La nuova legge prova a intervenire su più livelli. Il sostegno minimo indicato dal decreto attuativo è di 2 milioni di dong, circa 77 dollari, destinato in particolare a donne appartenenti a minoranze etniche molto piccole, residenti in aree con fertilità sotto il livello di sostituzione e madri che hanno due figli entro i 35 anni. Non è una cifra in grado, da sola, di cambiare la scelta di avere un figlio, ma segnala il cambio di linguaggio dello Stato: non più limitare le nascite, ma incoraggiarle dove stanno diminuendo troppo.

La misura più significativa potrebbe essere quella sui congedi. Le madri che hanno un secondo figlio potranno beneficiare di sette mesi di maternità, uno in più rispetto alla disciplina ordinaria, mentre i padri avranno dieci giorni lavorativi di congedo. La legge prevede anche priorità per le famiglie con almeno due figli biologici nell’accesso ad alcune forme di alloggio sociale.

Il punto è capire quanto questi strumenti possano incidere sulle scelte familiari. Nelle città vietnamite pesano sempre di più il costo della casa, l’istruzione, l’assistenza, la competizione sul lavoro e le aspettative crescenti sulla qualità della vita dei bambini. In questo contesto, un incentivo una tantum può avere un valore simbolico; la partita vera è rendere meno costoso, in termini economici e organizzativi, avere un secondo figlio.

Un Paese, molte natalità

La difficoltà principale è che il Vietnam non ha una sola demografia. Nelle grandi città e nelle aree più sviluppate la natalità è molto bassa; in alcune province rurali o montane resta invece sopra la soglia di sostituzione. Ho Chi Minh City, il motore economico del Paese, registra uno dei tassi più bassi, attorno a 1,5 figli per donna. All’estremo opposto, province come Dien Bien arrivano a valori vicini a 3 figli per donna.

Questo squilibrio rende complicata qualsiasi politica nazionale. Nelle metropoli, dove le coppie sono più istruite, i costi sono più alti e la pressione lavorativa è maggiore, l’incentivo alla natalità deve confrontarsi con abitazioni care, servizi insufficienti e modelli familiari sempre più piccoli. In altri territori, dove le famiglie continuano ad avere più figli, le priorità possono essere diverse: salute materna, istruzione femminile, accesso alle cure, riduzione della povertà e qualità dei servizi per l’infanzia.

Il governo prova a rispondere a questa frattura, indirizzando una parte dei sostegni alle aree a bassa fertilità e ad alcuni gruppi vulnerabili. La linea di equilibrio resta però delicata: incoraggiare le nascite dove sono troppo poche senza ignorare le disuguaglianze ancora presenti nei territori dove i figli sono più numerosi.

La transizione è rapida. Dopo decenni di contenimento delle nascite, il Vietnam passa a un sostegno selettivo alla natalità, calibrato su territori e categorie diverse. Il cambiamento non è solo amministrativo: riguarda il messaggio pubblico sulla famiglia, dopo anni in cui la modernità era stata associata al fare meno figli.

Il nodo dei figli maschi

C’è poi un altro elemento che rende la politica demografica vietnamita meno lineare: lo squilibrio di genere alla nascita. Il rapporto tra maschi e femmine resta superiore al livello biologicamente atteso, con valori intorno a 111 maschi ogni 100 femmine. È un dato che segnala la persistenza della preferenza per i figli maschi, un fenomeno comune a diversi Paesi asiatici e legato a tradizioni familiari, continuità del lignaggio, sostegno economico ai genitori anziani e doveri rituali.

La nuova legge interviene anche su questo fronte, vietando la selezione del sesso del feto e le pratiche o consulenze finalizzate all’aborto per ragioni di genere. Il tema è particolarmente sensibile perché una natalità più bassa rende più visibile ogni squilibrio: quando le famiglie hanno meno figli, la preferenza per il maschio può tradursi più facilmente in una distorsione del rapporto tra bambini e bambine.

Per Hanoi, quindi, la questione non è soltanto riportare la fertilità verso livelli più alti, ma evitare che il nuovo corso pronatalista si sovrapponga a squilibri già esistenti. L’obiettivo di avere più secondi figli deve convivere con un’altra priorità: ridurre la selezione di genere e rafforzare il valore sociale delle figlie in un sistema familiare ancora attraversato da aspettative tradizionali.

Vecchi prima di ricchi

Dietro la svolta vietnamita c’è una paura condivisa da molte economie asiatiche: diventare vecchie prima di diventare ricche. Il Vietnam è entrato nella fase di invecchiamento della popolazione già nel 2011 e potrebbe diventare una società “aged” intorno al 2036, quando la quota di anziani sarà molto più alta e il rapporto tra popolazione attiva e persone da sostenere più sfavorevole.

Il problema non è solo demografico. Una popolazione che invecchia rapidamente richiede più spesa sanitaria, più assistenza di lungo periodo, pensioni più solide e servizi territoriali più estesi. Allo stesso tempo, una forza lavoro che cresce meno può rallentare la capacità del Paese di sostenere industria, export e crescita dei redditi.

Il Vietnam ha ancora una finestra demografica importante. La sua forza lavoro resta ampia, il Paese è inserito nelle catene globali della produzione e continua ad attrarre investimenti. Ma quella finestra non è illimitata. Se la fertilità resta bassa e l’invecchiamento accelera, Hanoi rischia di affrontare problemi tipici delle economie mature prima di averne raggiunto i livelli di reddito e protezione sociale.

Il bonus bebè, da solo, non invertirà il trend. Può però segnare un cambio di linguaggio dello Stato.

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content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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