Drogano e stuprano le mogli in video: “Gli utenti mi pagano e mi dicono cosa fare”

Sono mogli, compagne, fidanzate, sorelle, figlie, amiche. Sono ritratte nude o seminude, a volte “spogliate” con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. Le loro foto sono raccolte in siti internet, popolati perlopiù da uomini che si scambiano queste foto come fossero figurine. Nei peggiori dei casi, condividono anche consigli su come drogarle e abusarle. Sono queste le realtà, documentate in due recenti inchieste, una italiana e una internazionale, le quali hanno riportato al centro del dibattito pubblico un fenomeno che si ripete con preoccupante regolarità: gruppi online che condividono contenuti sessualizzanti, denigratori o non consensuali. Le protagoniste sono sempre donne, ragazze e persino bambine. Gli autori? Gli uomini.

Per analizzare le radici di questo fenomeno, ci siamo rivolti alla dottoressa Mariacristina Sciannamblo, professoressa associata al Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza Università di Roma, dove insegna Teorie della comunicazione e dei media digitali ed è vice presidente del corso di studi in Gender Studies, Culture e politiche per i media e la comunicazione. Secondo la studiosa, “gli ambienti connessi non sono affatto neutri, bensì governati da modelli di business e logiche algoritmiche che riproducono e amplificano la diffusione di stereotipi di genere, forme di abuso e di discriminazione delle donne e delle soggettività più vulnerabili”.

Ma cosa c’è dietro questo fenomeno? Quali gli aspetti sociali e culturali che influenzano queste dinamiche? E come si può evitare che ciò si ripeta con così tale frequenza? Andiamo con ordine.

 Da “Mia moglie…” in poi

Un’inchiesta pubblicata da Fanpage il 20 aprile 2026 ha riaperto in Italia il dibattito sul tema. Denominate “Slut Room”, sono ancora una volta gruppi online che nascono su piattaforme di messaggistica, in cui perlopiù uomini condividono foto di donne, prese dai loro profili social o scattate nelle loro abitazioni; immagini private ottenute senza consenso; commenti sessualizzanti o denigratori. Il meccanismo è sempre lo stesso, tanto semplice quanto inquietante: le donne vengono esposte come “materiale” da valutare, commentare, scambiare. Molte non sanno nemmeno di essere finite in questi spazi. Fanpage ha documentato come questi gruppi non siano episodi isolati, ma parte di una rete più ampia, con migliaia di membri e una cultura interna che normalizza la violazione della privacy femminile.

Già nelle scorse settimane, però, un’altra inchiesta della Cnn aveva rivelato l’esistenza di gruppi online internazionali in cui alcuni uomini scambiano contenuti misogini estremi, discutono in modo violento e degradante delle donne e costruiscono una sorta di “cultura interna” basata sulla dominazione e sull’umiliazione. Sono le cosiddette “Rape Academy”, un’etichetta usata dagli stessi partecipanti per descrivere il loro spazio digitale. La Cnn ha mostrato come questi gruppi funzionino come “camere d’eco”: più un contenuto è estremo, più viene premiato dal gruppo. Alcuni utenti, riporta la Cnn, pubblicizzavano dirette streaming che mostravano in tempo reale l’abuso di donne drogate, al prezzo di 20 dollari a spettatore, con le criptovalute come metodo di pagamento preferito.

“In questi video – scrive la Cnn parlando dei contenuti rinvenuti -, gli uomini si filmano mentre sollevano le palpebre chiuse delle donne per dimostrare che stanno dormendo o sono sedate, e alcuni di questi video di “controllo oculare” hanno superato le 50.000 visualizzazioni. All’interno della comunità “Motherless” del sonno – di cui hanno parlato per la prima volta le giornaliste investigative tedesche Isabell Beer e Isabel Ströh – i membri si scambiano consigli su come drogare le proprie partner”.

La prof.ssa Sciannamblo chiarisce che in questi casi “le piattaforme digitali non agiscono solo come contenitori di contenuti misogini, bensì come spazi relazionali in cui l’omosocialità maschile è riprodotta attraverso dinamiche affettive, algoritmiche e discorsive”, aggiungendo che la condivisione di tali materiali “diventa una delle valute attraverso cui esprimere il riconoscimento tra pari e le dinamiche di appartenenza al gruppo”.

Questi ultimi casi sono gli ultimi di una lunga lista. Ricorderemo tutti lo scandalo nazionale degli scorsi mesi in cui è divenuto famoso al grande pubblico il gruppo Facebook dal nome “Mia Moglie…”. Alla mercé di qualsiasi utente, gestito anche da una donna secondo quanto emerso dalle indagini condotte dalla Procura di Roma, il gruppo aveva lo scopo di condividere foto di persone di sesso femminile, nell’intimità delle proprie abitazioni e senza il loro consenso. A compiere questi gesti erano i partner o i parenti. Ma anche quello non era in primo caso, perché già da tempo erano purtroppo noti gruppi social o siti che svolgevano le stesse attività, come il sito Phica e altri in cui spesso le protagoniste erano donne note del mondo dello spettacolo, del giornalismo e della politica.

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“Not all man, but always a man”

“Ma non tutti gli uomini sono così”, dirà qualcuno. E “per fortuna”, potremmo rispondere. Ma dietro questo slogan, di americana provenienza (“Not all men”) ci cela spesso la necessità di trovare una risposta difensiva per spostare l’attenzione sulle discussioni riguardanti misoginia e violenza di genere, ed è documentato in forme simili già dagli anni ’80. Con la diffusione dei social, soprattutto dal 2013, diventa un meme satirico che evidenzia come questa frase interrompa e deragli il discorso sulle dinamiche sistemiche.

Sul punto, la studiosa è netta: “Mi pare che l’espressione ‘Not all men’ sia assolutamente fuorviante perché sposta il focus dal piano sistemico al piano individuale. Il nodo critico non risiede nella presunta ‘innocenza’ di tanti uomini, bensì nella difficoltà di riconoscere l’esistenza di un sistema patriarcale caratterizzato da pratiche, culture e strutture di potere che riproducono le discriminazioni di genere”.

Il punto, quindi, non è accusare “tutti gli uomini”, ma interrogarsi su perché così pochi intervengano quando questi comportamenti emergono nei loro gruppi del calcetto, nelle loro chat con gli amici, nelle loro cerchie sociali, professionali, familiari. In altre parole, dalle “Slut Room” alla “Rape Academy”, passando per tutti i casi precedenti documentati, emergono alcuni tratti comuni: la complicità come forma di appartenenza, la prevalenza del sesso maschile dietro questi comportamenti, le donne come protagoniste inconsapevoli. Tutti modi per dimostrare virilità, ironia, “coraggio” davanti agli altri uomini e che gli studiosi definiscono come “maschilità omosociale”: un modello in cui si cerca una reciproca approvazione, spesso a scapito delle donne.

Mariacristina Sciannamblo approfondisce questo concetto spiegando che “i meccanismi omosociali tendono a riprodurre forme di maschilità egemone, basate su dinamiche di competizione, gerarchizzazione e sorveglianza dei confini sessuali e di genere”. Citando l’autore Kimmel, la docente sottolinea come “l’emozione dominante della maschilità omosociale è la paura: paura di essere smascherati come impostori e paura dell’intimità con gli altri”.

E per chi sminuisce con frasi del tipo: “Ma è la loro natura”. La scienza ha dimostrato si tratti di cultura: una cultura che invoca ad una responsabilità collettiva che ci riguarda tutti, molto più da vicino di quanto pensiamo. La socializzazione gioca infatti un ruolo chiave; Sciannamblo osserva che “l’esposizione a certi contenuti sessuali espliciti in età precoce può favorire la costruzione di rappresentazioni del corpo femminile come territorio di dominio”, indicando la famiglia come “un contesto di socializzazione fondamentale, in cui diverse forme di maschilità possono convivere o entrare in tensione tra loro”.

In merito all’ambiente digitale, la docente precisa che l’anonimato in sé non è il colpevole, ma può diventarlo quando “si combina alle caratteristiche strutturali delle piattaforme: scalabilità, persistenza, replicabilità e ricercabilità dei contenuti, algoritmi basati sulla personalizzazione e sull’engagement, moderazione inefficace”.

 La risposta dell’ordinamento: sanzioni penali e garanzie del Gdpr

Accanto alla necessaria decostruzione culturale dei fenomeni di misoginia digitale, l’ordinamento giuridico ha introdotto strumenti severi per punire gli autori di tali condotte e tutelare le persone offese. Sotto il profilo penale, l’articolo 612-quater del Codice penale italiano punisce con la reclusione da uno a cinque anni chiunque cagioni un danno ingiusto diffondendo, senza consenso, immagini, video o voci falsificati o alterati mediante intelligenza artificiale e idonei a trarre in inganno sulla loro genuinità. Tale delitto, pur essendo generalmente procedibile a querela della persona offesa, viene perseguito d’ufficio qualora il fatto sia commesso contro persone incapaci, pubbliche autorità nell’esercizio delle funzioni o se connesso a un altro delitto per cui si proceda d’ufficio.

Sul piano della protezione dei dati, il Garante per la protezione dei dati personali ha ribadito con forza che voce e immagine sono dati personali e, in presenza di finalità di identificazione univoca, si qualificano come dati biometrici ai sensi dell’articolo 9 del Gdpr. Di conseguenza, il trattamento illecito configura violazioni dirette degli articoli 5, 6 e 9 del Regolamento, esponendo i responsabili a pesanti sanzioni. Per prevenire tali abusi, la legge impone ai fornitori l’obbligo di “Privacy by Design” (Art. 25 Gdpr), ovvero la necessità di progettare software che riducano a monte il rischio di usi illeciti. Queste tutele mirano a contrastare i rischi di usurpazione d’identità e i gravi danni reputazionali che affliggono le vittime, le quali spesso subiscono conseguenze psicologiche profonde come ansia, vergogna e isolamento sociale a causa della perdita di controllo sulla propria immagine. In questo scenario, le strategie di resilienza digitale indagate dalla prof.ssa Sciannamblo diventano complementari alla difesa legale per il pieno recupero della dignità delle donne negli spazi digitali.

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content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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