Tra i corridoi del sesto Congresso Internazionale “Ebart” a Barcellona, un summit che riunisce i massimi esperti mondiali di medicina riproduttiva, si muove una donna che non indossa un camice bianco, ma rappresenta la prova vivente di quanto la scienza possa farsi umana. Si chiama Louise Joy Brown e la sua presenza a questo evento, che si è concluso nei giorni scorsi, non è quella di una ricercatrice, ma di una testimone d’eccezione, un’icona involontaria che ha cambiato il corso della storia.
Ma chi è davvero Louise e perché, fin dal suo primo respiro il 25 luglio 1978 a Oldham, nel Regno Unito, il mondo intero la conobbe attraverso i titoli dei giornali come la “Superbabe”?
Un atto di fede lungo dieci anni
La storia di Louise non inizia in un laboratorio, ma nel desiderio profondo di due genitori, Lesley e John Brown, che per dieci lunghi anni avevano cercato disperatamente di avere un figlio. Quando si rivolsero ai pionieri della fecondazione in vitro, i Brown non sapevano nemmeno che quella tecnica non avesse mai funzionato prima; per loro non era un esperimento scientifico, era l’unica, flebile speranza. Louise ricorda spesso con tenerezza che sua madre Lesley era così determinata che avrebbe fatto qualunque cosa pur di riuscire a stringere un bambino tra le braccia.
Il peso della “normalità” sotto la lente
Essere la prima “bambina concepita in provetta” della storia ha significato crescere sapendo che il mondo intero osservava ogni suo passo. All’età di quattro anni, i suoi genitori le spiegarono con parole semplici che era nata in un modo “diverso” dagli altri. Per rassicurare un’opinione pubblica scettica e spaventata, furono eseguiti su di lei oltre cento test clinici per assicurarsi che fosse una bambina come tutte le altre: i medici non trovarono nulla, assolutamente nulla, che la distinguesse dai suoi coetanei.
Ma alla sua nascita corrispose un polverone etico: in quel clima di sospetto, ci fu chi arrivò a sostenere che i bambini concepiti in vitro non avessero un’anima. Fu Papa Giovanni Paolo II a intervenire in modo decisivo per l’opinione pubblica più conservatrice, rendendo la sua figura più accettata dichiarando che quei bambini avevano un’anima e, come tutti gli altri, un posto in paradiso.
Una vita comune, un’eredità straordinaria
Seppur con la sua “particolarità”, la vita di Louise è fiorita nel segno della normalità più autentica. Un dettaglio della sua biografia che sembra uscito da un romanzo rosa riguarda suo marito, Wesley Mullinder: l’uomo che oggi le sta accanto era uno dei ragazzini del quartiere che si erano accalcati davanti a casa Brown per accogliere Lesley e John quando portarono la piccola Louise a casa per la prima volta.
Oggi Louise non è più sola. Dopo di lei, e dopo sua sorella Natalie (la quarantesima bambina al mondo nata con la stessa tecnica), sono nate oltre 15 milioni di persone grazie alla procreazione assistita. Entrambe le sorelle Brown sono diventate madri in modo naturale, a dimostrazione della piena salute riproduttiva delle “bambine della provetta”.
A Barcellona, Louise continua a promuovere i diritti di chi soffre di infertilità, portando un messaggio di speranza a chi affronta oggi lo stesso percorso dei suoi genitori: “Andate avanti! Fidatevi dei vostri medici. Quello che ha funzionato per i miei genitori, funzionerà per altri”. La “Superbabe” di un tempo è diventata la voce di milioni di famiglie che, grazie a quel primo coraggioso passo nel 1978, hanno potuto scoprire la gioia della genitorialità.
La pma in Italia
Dopo quasi cinquant’anni da quel primo episodio, sono milioni le famiglie che hanno coronato il sogno di mettere al mondo un bambino o una bambina, anche grazie a tecniche di procreazione assistita, come appunto la fecondazione in vitro. Nel nostro Paese, però, la prima legge che regolasse la materia è arrivata quasi vent’anni dopo quel primo episodio. La procreazione medicalmente assistita in Italia, infatti, è regolata dalla Legge 40/2004, che consente l’accesso alle tecniche di Pma alle coppie eterosessuali maggiorenni, sposate o conviventi, con problemi documentati di infertilità. Nel tempo, varie sentenze della Corte costituzionale hanno ampliato i diritti inizialmente limitati dalla legge, rendendo oggi possibili sia la fecondazione omologa (quando i gameti appartengono ai genitori) sia quella eterologa (cioè proveniente da un donatore), oltre alla diagnosi genetica preimpianto per le coppie portatrici di malattie genetiche gravi. Secondo i dati più recenti del Registro Nazionale Pma dell’Istituto Superiore di Sanità, nel 2022 in Italia sono nati 16.718 bambini grazie alla Pma, pari a circa il 4,3% di tutte le nascite annuali.
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