Pensioni italiane, picco di spesa nel 2041: quando finirà la salita e perché

Nel 2025 la spesa pensionistica italiana ammonta a 342.915 milioni di euro, pari al 15,2% del Pil. È quanto certifica il Documento di Finanza Pubblica 2026 del Ministero dell’Economia e delle Finanze, che per la prima volta traccia una proiezione ufficiale fino al 2070: prima la salita, poi, con pazienza, la discesa.

Il Documento fotografa un sistema sotto pressione da anni: “nel periodo 2019/2025 si è registrata una ricostituzione di flussi di pensionamento di significativa dimensione, ai livelli massimi considerando il periodo da inizio 2000”. La stagione di uscite intense dal mondo del lavoro è stata alimentata da politiche espansive come Quota 100 e Quota 103, che hanno ridisegnato il perimetro della spesa previdenziale italiana. Il conto più salato, però, deve ancora arrivare.

L’onda d’urto dei baby boomer 

Secondo le previsioni del Dfp, nel 2029 la spesa pensionistica raggiungerà 386.940 milioni di euro, il 15,5% del Pil e continuerà a salire per circa un decennio da allora.

La causa è strutturale: la pressione sui conti è determinata dalla “transizione demografica dovuta all’ingresso in quiescenza delle generazioni del baby boom”, ovvero dal pensionamento dei lavoratori di questa generazioni, che, a causa della grave denatalità del Paese, non sarà compensato da nuovi ingressi.

I nati tra la metà degli anni Cinquanta e la fine degli anni Sessanta, quelli che hanno affollato le università negli anni Ottanta e dominato il mercato del lavoro per tre decenni, infatti, stanno varcando in massa la soglia della pensione.

Il risultato è un aumento progressivo del rapporto spesa pensionistica/Pil, che raggiungerà il suo massimo storico del “17,1% nel 2041” e si manterrà su quel livello fino al 2044. Un picco non improvviso, ma preparato decennio dopo decennio da scelte demografiche (più figli negli anni Sessanta) e politiche previdenziali (pensionamenti anticipati, calcolo retributivo) che ora presentano il conto.

La luce in fondo al tunnel nel 2045 

Il 2045 è l’anno in cui la curva della spesa pensionistica si piega verso il basso. Dal picco del 17,1% la spesa inizierà a scendere: 16,2% nel 2050, per arrivare al 14,0% entro il 2070, al di sotto del livello attuale.

Sono due i motori di questa inversione:

  • Il primo è demografico: la “progressiva uscita delle generazioni del baby boom” ridurrà il numero dei pensionati in rapporto alla popolazione attiva;
  • Il secondo è strutturale: l’“applicazione generalizzata del calcolo contributivo”, il meccanismo introdotto dalla riforma Dini del 1995, produrrà assegni pensionistici proporzionali ai contributi effettivamente versati nell’arco dell’intera carriera, e non più alla media degli ultimi stipendi come ancora succede per parte dei pensionati italiani, il cui cedolino è calcolato con il sistema retributivo.
spesa pensionistica previsione
Fonte: Documento di finanza pubblica 2026

I lavoratori entrati nel mercato del lavoro dopo il 1996, i cosiddetti “contributivi puri”, inizieranno a raggiungere in massa l’età pensionabile proprio intorno al 2040-2045. Sarà quel passaggio a determinare il cambio di tendenza. È questo l’esito di una transizione avviata trent’anni fa, i cui effetti si manifestano sul lungo periodo.

Da Maroni a Fornero: gli effetti delle riforme sul sistema previdenziale italiano

Se è possibile vedere la luce in fondo al tunnel è grazie alle riforme degli ultimi vent’anni, senza le quali il quadro sarebbe insostenibile. Il Documento di Finanza Pubblica 2026 lo spiega chiaramente quando scrive che: “la minore incidenza della spesa in rapporto al Pil derivante dal complessivo processo di riforma avviato nel 2004 ammonta a oltre 60 punti percentuali di Pil al 2060”. Un numero che dà la misura concreta delle riforme che hanno generato contestazione a ogni tornata, la riforma Maroni del 2004, la riforma Fornero del 2011 e i successivi adeguamenti.

Innalzamento dell’età pensionabile, collegamento alla speranza di vita, diffusione del calcolo contributivo: ogni intervento, preso singolarmente, è stato percepito come un sacrificio (impossibile non pensare alle lacrime della ministra Elsa Fornero, consapevole delle difficoltà generate dalla riforma pensionistica quanto della sua necessità). Nell’insieme, spiega il Mef, queste riforme hanno evitato che il sistema pensionistico italiano diventasse strutturalmente irrecuperabile.

L’alternativa è scritta in quel dato: senza riforme, la spesa pensionistica italiana avrebbe superato di 60 punti di Pil quella attuale entro il 2060. Questa scenario avrebbe reso impossibile finanziare qualsiasi altra voce del welfare (sanità, istruzione, politiche attive del lavoro).

spesa pensionistica riforme
Fonte: Documento di finanza pubblica 2026

Il difficile equilibrio tra sostenibilità e adeguatezza dei cedolini

La generazione che oggi lavora con contratti precari, buchi contributivi e salari bassi, la stessa che, secondo i dati Inps, rischia la povertà lavorativa quasi quattro volte più dei cinquantenni, è quella che dal 2045 inizierà ad alleggerire la pressione sui conti pubblici. Lo farà però con assegni pensionistici sensibilmente inferiori rispetto a quelli attuali, calcolati su carriere frammentate e contribuzioni ridotte.

D’altronde, sostenibilità finanziaria e adeguatezza delle prestazioni sono due obiettivi che vanno in direzioni opposte. Il sistema regge i conti pubblici, ma rischia di non reggere le persone. La traiettoria del Documento di Finanza Pubblica 2026 indica quando la spesa smetterà di salire. Non dice, né potrebbe farlo, se chi riceverà quelle pensioni riuscirà a vivere dignitosamente. Per questo, la previdenza complementare, più che una scelta, diventa sempre di più una necessità per i giovani lavoratori italiani.

Welfare

giovanni.palmisano@adnkronos.com (Giovanni Palmisano)

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